In foto – Nella Giungla polacca

Nella primavera 2013 ho iniziato a girovagare nell’Europa dell’est. La prima tappa, la Polonia, è stata una specie di battesimo di fuoco, attraverso quella selva di

sconfinate paludi grigie e i cimiteri ebraici abbandonati, e ancora boschi, torrenti, villaggi di case sfatte allungati lungo la strada principale. Strade di asfalto sconnesso e polverose, con vecchi barbuti in bicicletta, con vecchie in fila sedute sul ciglio, avvolte nei loro coloratissimi scialli, lo sguardo fisso da chissà quanto tempo a contemplare il nulla.

Tutto mi era nuovo e mi stupiva. Unica conoscenza, un’amica da andare a trovare, e che a sua volta andava a trovare parenti lontani,  un libro di Witold Gombrowicz uno di di Kapuściński , “Giungla Polacca”.  La strada ci portava proprio lungo il confine orientale: oltre il fiume si vedeva la Bielorussia e nei Carpazi fummo fermati dalla Polizia di Frontiera, al bordo dall’Ucraina. Scemo com’ero, tutto questo mi riportava a “Ogni cosa è illuminata”, il libro che per vie traverse mi aveva già cambiato la vita, e che adesso mi illuminò l’est.

Ecco un sunto fotografico.

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Il primo impatto con la Giungla polacca: il libro di Ryszard Kapuściński, l’unica cosa che conoscessi allora della Polonia.

“Una di queste cittadine come se ne contano a centinaia. Uguali l’una all’altra come due gocce d’acqua, mostrano facce sonnolente, piagate dalle sgorature e dalle fessure dei muri screpolati; attraversando la piazza del mercato si ha l’impressione che tutto all’intorno ci osservi con sguardo calmo e insistente, da sotto le palpebre calate.”

Verso un monastero di cui non ricordo il nome, nelle terre a maggioranza ortodossa lungo il confine orientale. La primavera ha allagato i campi e le strade.

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C’è la Pasqua ortodossa, e la pianura si popola di contadini, raggiungono il santuario a bordo di vecchi trattori  di marca Ursus.

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Poca voglia di fare foto, nel campo di concentramento di Majdanek, vicino a Lublino (che per me, rimarrà la città dove non esiste caffè).

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Zamość, l’illuminazione notturna di una strana piazza-cattedrale nel deserto:

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Tutto intorno, c’era questo.

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La pianura si solleva spingendosi a sud, nel Bieszczady, Podcarpazia.

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Prima della guerra la regione del Bieszczady nei Carpazi, come tutta l’Europa orientale, doveva essere un luogo meraviglioso in cui si sentivano parlare polacco, yiddisch, ucraino, tedesco e altre lingue locali, come il ruteno. Adesso sono rimaste soltanto le chiese di legno, ortodosse, cattoliche e uniate, circondate da tombe con iscrizioni in vari alfabeti.

 

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Si può anche non pensarci, ma si sente ovunque un’assenza opprimente, quella degli ebrei. E’ rimasto soltanto un grande cimitero, in  decadenza dicono, a Sanok. Non è rimasto nemmeno un parente a curare le tombe o posizionare i sassi sopra le lapidi). Ma oggi è chiuso.DSC_6846b

Rzezow, media città del sud-est. I monumenti dei comunisti appaiono ingenui e pieni di fiducia nei giovani, come le nonne. I cattolici polacchi invece che venir su come bravi ragazzi vedono nella forma di questi monumenti, come ovunque, un sacco di zozzerie…

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Saltiamo, o quasi, in queste foto, Cracovia e dintorni. E’ un ritorno all’Europa e al villaggio globale, mediato però dalla nebbia notturna e dalla surreale cena in un ristorante di lusso, ospiti di un parente coltissimo e malinconico.

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Dopo nuove strade sconnesse, rientriamo a Varsavia. Varsavia è il centro di tutto, tutto si muove, la modernità corre. Ma a scoprirla facendo il percorso inverso, dalla periferia alla città, sembra il centro vuoto di un paese vuoto. Vuoto perché frutto di spazi aperti più che di affollamento di oggetti, distanze su rettifili, scavato a partire dall’aria. In quest’ottica, il Palazzo della Cultura e della Scienza, o come si chiama, ovvero “il regalo di Stalin”, è davvero il centro di questo vuoto.

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E il Papa predica in questi grandi spazi. 

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C’è anche la Città Vecchia: distrutta pietra per pietra dai nazisti per rappresaglia, ricostruita pietra su pietra dai polacchi, in trenta durissimi anni.L’unico caso, che io conosca, dove il fatto che il centro è ricostruito rende immensamente maggiore il valore della città.

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Credo che Varsavia sia una città allegra: eppure l’immenso tributo che questa città ha pagato alla Storia è  qualcosa di così enorme e complesso che ha in qualche modo una sua volontà, e quel qualcosa, per quanto nascosto e razionalizzato in enormi musei, “vuole” farsi sentire, e spunta ovunque dagli angoli come ciuffetti d’erba dai mattoni del selciato.   

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Monumento all’Insurrezione di Varsavia. Avevo preso preso appunti delle parole di un sopravvissuto, che allora aveva 15 anni, racconta che suo padre trovava del tutto naturale che andasse a combattere i nazisti.

“Non ti dico che non devi morire, questo no, ma da padre ti prego,  ti chiedo soltanto una cosa: per lo meno, evita di morire in un modo stupido”.

Non parlerò del resto della Varsavia che ho visto, quella dei caffè e degli spuntini, dei tram, delle bancarelle, dei sobborghi malfamati dal lato di Praga che diventano trendy, della Vistola lenta e spaziosa, e degli uomini e donne dallo sfrenato ottimismo, né di quella che non ho visto. Avevo soprattutto bisogno di andarmene, e ci sono stato poco, consapevole di aver fatto qualcosa di estremamente soggettivo, poco metodico, e tutto rivolto al passato e alle mie congetture del momento. Così, nonostante parlasse addirittura di un altro paese, quando penso al viaggio che mi ha iniziato all’Europa dell’est mi vengono continuamente in mente questa foto poggiata su un camino dei Carpazi e questa frase.

“Ho riflettuto molto sulla nostra rigida ricerca, mi ha dimostrato come ogni cosa è illuminata dalla luce del passato… dall’interno guarda l’esterno…” (J.S.Foer, Ogni Cosa è illuminata).

Non ricordo nemmeno come finisce, ma tanto basta.

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