Una confessione su Sarajevo

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Come potrei scrivere un pezzo su Sarajevo? Dovrei essere impersonale e geografico, descrivere il suo fiume che arranca – sì, sembra risalire le briglie, i gradini e i salti nella sua sede squadrata, austroungarica razionalità che rompe la grazia caotica di minareti e montagne. E poi l’ho sempre avvicinata in salita, dall’ovest all’est. Da Oriente a Occidente, dal Palazzo della Televisione alla Baščaršija  ottomana. Siedo qui alla mia scrivania immaginando di chiederlo a te, che ne sai qualcosa, non è vero? Immaginando che tu sia qui, o forse lì. E allora, dimmi, da dove potremmo cominciare?

Forse da noi che cerchiamo di impersonare i bosniaci, e vediamo scorrere le ore al caffè. I vecchi vanno piano, in salita verso Kovači, abbronzati e pieni di rughe. Ogni tanto passa un cane randagio, annusa l’asfalto e se ne va. Le case immobili e scrostate e cambiano colore a seconda dei capricci del sole. Hai presente, immagino, la sensazione di quiete che c’è a Kovači, nelle sue strade arrotolate sulla salita, con i tetti spioventi e le rozze grondaie, le assi di legno e i minuscoli cimiteri che sbucano qua e là, come ciuffi d’erba. Quando dico quiete non intendo certo silenzio: è la sensazione di tregua rispetto alla vita, la vita irrefrenabile e rumorosa, che qui giunge attutita.

Sotto, a Baščaršija, sferraglia il tram, si spande nell’aria odore di grasso arrostito, le ragazze avvolte nel hijab fanno volare i piccioni, il fumo delle friggitorie e dello smog vela irregolarmente il fondo delle strade. Qui, invece, gatti sonnolenti, qualche bambino che gioca a pallone negli angoli in piano. Rumori di passi.

Sì, a essere esatto e neutrale ho già fallito alla prima riga. E tu, cosa diresti? Come sapresti districare il labirinto di canzoni e poesie che si metteva tra me, tra te e Sarajevo? Come aggirare i cliché sul Destino e l’Oriente?

Sarajevo, per me, è anche la nottata che ho passato alla stazione degli autobus, ad aspettarti sotto una pioggia gelata. Un buio e una solitudine mortali, dietro le sagome dei grandi rettangoli di vetro e cemento che affacciano su quello che veniva chiamato il Viale dei Cecchini. È anche il ringhio di cane randagio che mi sorprende in un angolo nero, e sono io fradicio sotto la pensilina, le scarpe rotte, la stanchezza in ogni pelo del corpo. E poi, quando sei arrivata, è stato ritrasformarsi gradualmente da cane a uomo lungo il viale pian piano più illuminato, oltre la Fiamma Eterna della Resistenza, oltre i nottambuli che rientravano a casa e i primi mattinieri che uscivano, nel vago chiarore di un’alba tutta da immaginare.

Sarajevo ha un caratteraccio, bisogna sapersela conquistare. Quando è successo esattamente? Per me, è difficile dirlo. Potrei pensare alla volta che l’ho attraversata ubriaco, quando nella calda notte d’estate la piazza attorno alla grande fontana turca scrosciava, ed era l’unico rumore, mentre il colpo d’occhio dei minareti mi sopraffaceva. Unico odore, da una bottega, quello di una pekara che sfornava dolciumi. La luna e le luci tremolavano nella Miljacka, e dalla superficie dell’acqua saliva un refolo freddo.

Certo, potrei, ma in fondo starei mentendo. In realtà, ho l’impressione che Sarajevo sia soprattutto un grande disordine, una massa contraddittoria e cangiante, e che ci si renda conto della sua forma soltanto quando si parte, quando ce ne si allontana. È quando diventa un luogo della mente che Sarajevo appare lucida e unita, e la si ama e desidera fin nelle viscere, con la sua mollezza e le sue asperità, la sua decadenza e la sua durezza. I cani, i turisti in safari, le cianfrusaglie di bricchi per il caffè turco, le ragazze sul tram, le minigonne i veli, i giovani vestiti da rapper, i vecchi che non parlano più con nessuno. E per te? Sta a te dirmi se sono riuscito a spiegare qualcosa di tutto questo o se ho generalizzato cadendo nell’orientalismo più becero, se la tua Sarajevo assomiglia alla mia.

Sia come sia, sono certo che è stata proprio la stessa, quella volta che spaventammo un bambino sbucando da dietro un muretto, ricordi? Eravamo nelle strade più ripide di Bistrik, al confine tra la civiltà e la montagna. In mezzo alle tombe bianche che dominano la città, l’avevamo avevamo vista consumarsi in un tramonto lunghissimo e luminoso. Risplendente e sgraziata, come sempre, perfetta. E ci scusammo, con il bambino, ridendo,  precipitandoci giù.

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