Trento, città pigra.

A una svendita di libri della Biblioteca ho trovato una guida rossa del Touring tutta sgualcita, di epoca fascista. “Venezia Tridentina e Cadore”, recita il titolo, le pagine ingiallite frusciano e mandano un lieve odore di muffa. Mi coglie subito il sospetto che questo libro mi accompagnerà ancora, nei miei saliscendi per questa terra che frequento da più di un anno. Nella pagina con la mappa di Trento c’è un quadrifoglio, ancora verde, lo stelo rigido, le foglie piegate all’insù.

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Ma cos’è Trento? A Roma, la conoscenza è estremamente variabile. Generalmente la gente si divide in due grandi gruppi: quelli che pensano sia vicino a Trieste e quelli che la mettono sulla cima di una montagna, piena di slitte in inverno e popolata di fiorellini d’estate, con personaggi vestiti alla tirolese e che parlano un italiano degno di Ratzinger. C’è un terzo gruppo, meglio informata, che è a conoscenza del fantastico welfare all’Italiana, dell’università che prospera e scalza vicini molto ingombranti come Venezia o la Padova di Galileo, degli sgravi fiscali alle giovani coppie e della sanità che funziona.
Ma le opinioni dei trapiantati in questa città variano secondo un arco, a seconda del tempo di residenza. All’inizio, Trento è una ridente cittadina dove tutto è perfetto. Dopo un paio di settimane si conviene che… sembra perfetto. Passa qualche mese e si concorda che la situazione è comunque accettabile, anzi tollerabile. Dopo un anno non è più sopportabile. No, dopo un anno e due mesi si sopporta, si accetta, non sembra più perfetta ma si inquadra, si vive bene. Abbastanza bene, perlomeno.guida-italia-touring-club-italiano-venezia-tridentina-aacfeada-0dea-4387-9cc1-378370b516ec E poi la situazione ritorna a oscillare.

Ma cos’è questa città? La guida del ’39 la definisce

“città di aspetto nobile e severo, ricca di ricordi romani e di superbi mon. romanici e della Rinascenza. Il Rinascim. Veneziano, che predomina negli edifici privati, vi assume forme austere, le quali bene si addicono alla maestà dei monti che fanno da grandiosa cerchia alla città”.

Di questo centro, nel secondo decennio del XXI secolo, la statistica dice che ha centomila abitanti, si guadagnano bei soldi, si vive bene. Ricca come il Veneto, ma senza i leghisti e i berlusconiani; senza lo sprawl che cancella l’identità dei posti (poche amputazioni importanti, il fiume deviato e nascosto da una marana, la ferrovia e un antico monastero, ma sempre per buona causa). Ricca come la Lombardia, ma senza cubi edilizi e discariche, senza le sfilate di moda, i tamarri e la nebbia. Si mangia bene come in Italia, ma l’autorità investe in cultura, bellezza, pulizia, pianificazione urbanistica. Non svolazzano le cartacce per via Belenzani, non c’è puzza di piscio nella sua Piazza Duomo. Già, la statistica. Quella della gentilezza basata sui bar, dove gli avventori che prendono caffè corretti in infiniti sorrisi, “grazie sai”, buona giornata a te. La statistica dei visitatori piacevolmente sorpresi, che deviano di un’ora dall’autostrada che li porta a sciare per ripescare un parente che scende dal Frecciargento, e ne parlano bene. La statistica di quelli che leggono le statistiche che la mettono ogni anno sul podio delle città più perfette.

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Ma Trento, davvero, cos’è? Ripetere questa domanda non è una svista, è che le possibili risposte sono infinite e stratificate, e questa è la mia. È una città dove montagne né vicine né distanti coronano la vista, e può essere un abbraccio o una mano messa in orizzontale davanti agli occhi, come dire che oltre non c’è nulla. Trento sembra un uccellino nella mano di un gigantesco signore, che l’ha afferrato col palmo e la guarda. Le dita sono i tornanti che vanno ai sobborghi, e l’unghia del pollice è il Monte Celva. Questo grosso signore non si sa bene dov’è, è accovacciato in Bondone, o sul Monte Calisio, o sulla Vigolana, oppure è disperso lungo tutte le Alpi.Già: a Trento scorre un fiume importante ma non si vede, Trento è tutta montagne, e la città ci sembra appoggiata sopra in equilibrio precario. Trento, con le sue strade, si scompone fino a svanire in questo tessuto.

Non fraintendetemi: Trento non è città di montanari più di quanto non lo siano Trieste o Lubiana. Certo, ci sono le barbe e le penne nere dei circoli degli alpini odorosi di grappa e di patatine, e i negozi di attrezzature alpinistiche, ma pochissimo altro. C’è il Muse che con le sue vele d’acciaio assomigliano a volte alle Dolomiti, a volte a una nave. C’è la funivia con le sue promesse di avventure sciistiche che non mantiene (leggenda vuole che porti ai campi di sci, ma si ferma soltanto al sonnolento sobborgo di Sardagna).  A Trento la gente in montagna ci va, ma non ha un rapporto ombelicale, è più che altro un accidente geografico.
L’accidente geografico, il grande signore che l’osserva accovacciato in Bondone, è il territorio, è il Trentino. A Trento san bene di non avere scuse, che le Alpi contano su di loro, sull’autonomia, sul mantra dell’identità montanara. Così, le amministrazioni di Trento si barcamenano tra un difficile equilibrio con la pianura che strizza l’occhio, con la coloratissima Verona, che getta un ponte di pianura fino alla città come un lazo al cavallo selvatico. Un equilibrio difficile con la montagna maggiore, le Dolomiti, che sono ai margini estremi e calamitano su di sé tutta l’attenzione del mondo, e la montagna minore. Montagna dura, complessa, orgogliosa e però spudoratamente ricca rispetto alle sue consorelle di altri regioni e di altri paesi. E poi, l’Alto Adige, il mondo dei crucchi, odiati invidiati presi perpetuamente a modello, e poi il Brennero, l’Austra-Ungheria, la Germania.
Trento è una prima della classe, è una città dove tutto è teso a essere all’altezza di questa sfida, ma allo stesso tempo è una città addormentata. Dicono che ogni città ha un paradosso, e quello di Trento è proprio questo: la pigrizia, profonda indolenza dei suoi abitanti, causa e vittima dello zelo delle sue pulizie stradali, dei suoi festival cinematografici, delle multe per divieto di sosta. Una pigrizia, la pigrizia mentale di chi si chiude in casa la sera presto e aspetta mattino per sbrigare le sue cose, e pensa a quelle.

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