La distruzione del Bruno e altri aspetti grigioscuri di Trento

Secondo capitolo della saga “Tridentina”. Il primo qui.

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Per motivi di lavoro, mi è capitato di avere a che fare con individui bizzarri. Uno dei miei preferiti era il Signor Tomasi: pelato e muscoloso, occhio azzurro con sguardo studiatamente mascolino e ammiccante, occhiale da sole fisso a mezza fronte e sorriso da “ti porto via, baby”. Era un prototipo di macho incastrato in una stretta e buffa tuta sportiva, e in quel periodo il suo mestiere era sfrecciare appollaiato sul monopattino elettrico chiamato Segway. E lo faceva con gusto e impegno, gonfiando il petto immobile nella sua postura da centurione. Riteneva sinceramente questo mezzo di trasporto il più geniale, virile, ecologico e futuristico di tutto il pianeta. A uno così, tante cose si potrebbero rimproverare, ma devo dire – con il senno di poi – che un uomo che esprima una sua individualità così marcata è degno di rispetto, si ami o meno la sua manifestazione estetica. Eh be’, un giorno mi disse, tra una barzelletta sporca e una piroetta, insomma spiazzandomi alquanto: “L’hai ancora capita Trento? E’ l’unica città allo stesso tempo di sinistra e fascista!”

L’ancora al posto del già faceva di lui un trentino in regola, ma il predicato era davvero sorprendente. Onestamente, non credo pensasse alla storia del Mausoleo di Cesare Battisti che torreggia ovunque sopra la città come un monumento pagano, e del modo in cui un geografo di fede socialista fu strumentalizzato per decenni come un sanguinario patriota-eroe. E nemmeno alla neonata sede di Casapound, importata da Roma, dove “bravi ragazzi” tappezzano le strade di manifesti a colori e si dilettano in pestaggi notturni generalmente non riportati dai giornali (su questo e altri aspetti, bellissimo questo reportage di Wu Ming). Pensava a qualcosa di molto quotidiano: i parcheggi gratuiti che vengono gradualmente erosi dalle strisce blu e dai dischi orari, con arroganza classista celata dietro pretesti ecologici e che voleva dire: se non sei di qui, se non puoi affittare un garage, foeura dai bal (mi si conceda la licenza poetica della frase lombarda). Si riferiva, come fanno i giovani, al leggendario coprifuoco del centro di Trento. Dopo le 10, tutti a casa. E se siete in casa, tutti in silenzio: ai veci scappa il dito sul 112 già alle 11 e mezza, numero memorizzato, chiamata rapida. Ciononostante, credevo, a Trento c’è un’università di pregio, c’è il centro culturale nell’ex ospedale di Santa Chiara, risultato felice di un passato di occupazioni, con i suoi concerti gratuiti e la programmazione progressista. C’è anche la storia del ’68 che in Italia partì proprio da qui, e un’aria rivoluzionaria sopravvive nei circoli anarchici e nei murales dell’ex centro sociale, il Bruno

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Ecco, il giorno che vidi le ruspe che si abbattevano sull’ex dazio vicino alla stazione tutto ricoperto di dipinti colorati, quando vidi le benne frantumare il gigantesco orso che aveva per bocca le porte, la scritta “Centro Sociale” sbriciolarsi e rovinare giù, facendoci respirare, a noi pochi passanti, tutta la sua polvere, mi tornarono in mente le parole del Sig. Tomasi. Tutto intorno c’erano, e ci sono, orribili edifici di cemento tra cui scorrono grandi strade a senso unico come fossimo a Londra, ma la cittadinanza si preoccupava di abbattere l’unico edificio che era, comunque la si pensasse, comunque il frutto di un’espressione creativa, umana, spontanea. La cosa comica era la schizofrenia del comune, che con un braccio meccanico la tirava giù, e con l’altro affrontava una battaglia legale contro se stesso per “salvare” dei pezzi dalle ruspe ed esporli in museo, in quanto “testimonianza importante di una fase della nostra storia”.

Eccolo, il “fascismo” di Trento: il fastidio profondo verso qualsiasi cosa non sia stata imposta dall’autorità, sia essa la Provincia autonoma o il Comune. Un movimento dal basso non è tollerabile, nella regione che primeggia per accoglienza degli immigrati, protezione ambientale, per volontariato. L’associazionismo, qui, è una realtà splendida e funzionante – non starò qui a parlare dei ricchi think tank di cooperazione e ambiente, tra gli altri – ma deve necessariamente essere legittimato da una forma di autorità – generalmente , il duplice ombrello dell’onnipresente provincia e del cattolicesimo sociale. Altrimenti, viene meno quello splendido auto-convincimento di essere bravi, così necessario alla città che deve essere “avanti”. E manco a dirlo, chi fa di testa sua è un “figlio di papà” che “non lavora”, un imbrattamuri e, generalmente, uno da fuori. E così, sebbene la Lega non sfondi e la destra politica sia storicamente inesistente, e Berlusconi appaia come il pallone gonfiato che è, in Trentino i movimenti hanno vita più difficile che nelle città del Veneto governate dai sindaci – sceriffo.

Appendice. Mi han detto che l’ossessione dei trentini per il silenzio è un retaggio cattolico, dovuto ai secoli di governo del Principe Vescovo, ed è la ragione per cui, nella vicina e più piccola Rovereto, più legata a Venezia e al mondo laicale, o persino alla Valsugana, rispetto a Trento sembra di stare a Berlino. A ogni modo, dopo il Bruno, si appresta a chiudere i battenti il Café de La Paix, il più bel locale di Trento, nato da iniziativa pubblica dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, sacrificato dal comune di centro-sinistra in risposta a reclami ufficialmente per il rumore in periodo sospettosamente prossimo alle elezioni. C’erano libri, là dentro, corsi di danza, una barista carina, presentazioni di libri, concerti. Era una cosa che assomigliava a un vero caffè, a un posto dove perdere tempo e discutere, farsi una risata e cantare. Ci torneranno le siringhe e la puzza di urina (negli angoli non illuminati del centro non vale il tradizionale decoro trentino). È l’altra faccia del paradosso di Trento (v. capitolo 1): la città dove elettoralmente la destra risulta “non pervenuta” si conferma per certi versi più reazionaria delle famigerate città del Nordest, quasi un fascismo a statuto speciale.

 

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