Bolzano non è una cartolina. O almeno non solo.

Girovagando per multietniche strade di periferia e capannoni industriali diretto al centro, ho scoperto una Bolzano che parla un linguaggio diverso da quello delle cartoline e dei balconi fioriti.

Cercare parcheggio, a Bolzano, ha più o meno la stessa difficoltà che ormeggiarci una barca. Ma alberi maestri non se ne vedono, solo le vele spiegate delle Dolomiti, e comunque sono lontane, si mostrano solo a scorci. La città è solidamente piantata nel fondovalle, sotto cupi pendii d’abete ed eleganti bastioni di porfido, ramificata e, dall’esterno, indistinguibile. Se tutte le strade portassero a Bolzano invece che a Roma, le automobili si comporterebbero come le biglie sul tappeto elastico, si avvicinerebbero e subito se ne schizzerebbero fuori, allontanate da deviazioni, svincoli improbabili, cartelli sbagliati e divieti, e riproverebbero a entrare per nuove vie, disegnerebbero un otto, e infine, forse, troverebbero un posto. A pagamento. Bolzano sarebbe un atomo folle con gli orbitali pieni di portici, e l’ingorgo elettronico si propagherebbe per tutte le strade alpine, per tutta l’Europa, fino a intasare l’intero globo terrestre. Io quel giorno ci ero andato per sbrigare un affare e volevo approfittarne per fare un giro. Ero deciso a cercare un parcheggio gratuito nella città che si vanta di non averne nemmeno uno nell’intero centro abitato, e l’ho trovato, chissà come, in una zona industriale poco raccomandabile (almeno per gli standard locali) di fronte a una Imbiss sospetta che di sera doveva sfornare hamburger per camionisti. Poco male, anzi bene, perché stavo mettendo a punto le mie regole personali su come si esplora un posto alla luce delle mie nuove esperienze in fatto a Strollology, Dérive e quant’altro. Avevo appena comprato un registratore, e allora ho deciso di camminare a caso in direzione della città. La zona industriale spariva di colpo e comparivano parchi, case minuscole e grandi, le strade si facevano sempre più strette fino a diventare a misura di bicicletta e anche di piede. Di piede di bambino. C’era un parco, e ho iniziato a prestare orecchio ai suoni più che a quel che vedevo. Il rumore della ramazza di un giardiniere, e schiamazzi di bimbe, urla spavalde di ragazzini leggermente più grandi, rumore di ruote di passeggini e voci di giovani mamme al telefono. Suoni di tante lingue per bambini dai capelli gretti e bambini biondi, bambini castani, bambini mori. Subito dopo il parco, un campo da basket d’asfalto con muri imbrattati e graffiti, e poesie (presumo in forma di rap) sul senso della vita e i miraggi dell’apparenza. Cammina cammina, mi sono intrufolato in un passaggio sotto la ferrovia non più alto di me, e da lì ritornato nel mondo reale, fatto d’asfalto e di macchine. Mentre prendevo un caffè nel Bar Mario – il bar meriterebbe un capitolo intero, arredato come uno stabliimento balneare, bianco e blu a onde e le finestre a forma di oblò, davanti alla funivia per Oberbozen/Soprabolzano – mi sono accorto che stavo mettendo a mente delle regole per passeggiare e che le avrei volute elencare. E magari rispettare, chissà. Domani le pubblicherò.

Annunci

One thought on “Bolzano non è una cartolina. O almeno non solo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...