Ma i luoghi non ci sono più?

Prima arrivarono i cellulari. Ma prima ancora arrivarono la ferrovia, poi la radio e la televisione. Ad ogni modo, dopo i primi siti internet traballanti, e in seguito i social network sempre più rapidi, le cose sono cambiate sul serio.

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Negli ultimi decenni si è sempre più diffusa una situazione di spaesamento, di una  spersonalizzazione dello spazio portata dal tumulto della globalizzazione, una sensazione diffusa di “fine della storia” e della geografia. Il mondo è sembrato ridursi prima a una gigantesca messa in scena di se stessa, la Disneyland globale degli aeroporti, dei centri commerciali e del turismo (i nonluoghi di Marc Augé)  per trascendere, nei giorni nostri, allo sciame degli individui–ripetitori (gli smartphone che condividono orizzontalmente, azzerando la segretezza e amplificando invece il conformismo): un mondo trasparente e non più fatto di terra e carne ma di materia traslucida dove non esiste più un “altrove”.Gli ultimi sviluppi dimostrano che le cose non stanno proprio così.

 

I confini risorgono, ma sono plasmati dal peggiore nazionalismo risorgente, e con loro le barriere, le segregazioni. Le coordinate geografiche ritornano a possedere quel peso che sembrava essere evaporato, anche se non avviene nel modo che speravamo. Non sono solo i migranti umani che sfidano le barriere e ci testimoniano dolorosamente che la Terra è ancora viva e ancora estesa; il ritorno prepotente dello spazio e del viaggio è testimoniato dalle catastrofi ambientali, dagli uccelli e i rettili che, incalzati dalle emergenze climatiche, migrano a nord e in alto; dalla geografia degli incendi, dalle enclave sempre più strette delle lingue minoritarie, dalle sacche di resistenza delle culture ai dettami del fondamentalismo e del capitalismo galoppante.

Il nocciolo della questione, a dirla tutta, con il tempo. Stiamo travalicando una serie di confini epocali senza avere gli strumenti necessari. La conquista degli abissi del tempo profondo è una delle sfide per comprendere il nostro presente. Per quanto riguarda lo spazio, invece, questo non è affatto morto: si sono forse accorciate le distanze, ma non sono diminuite le direzioni. È però vero che, data la velocità con cui siamo stati trascinati nei vortici dell’urbanizzazione, della digitalizzazione e della globalizzazione, le nostre certezze a proposito del rapporto coi nostri luoghi sono andate in crisi. Ad analizzarli ci pensano già, meglio di me, sociologi, geografi, antropologi e specialisti di varia estrazione. Io mi ci sono appena affacciato e ho scoperchiato un vaso di Pandora.

Da modesto viaggiatore, da scribacchino ed educatore, racconto di qualche esperienza personale che suggerisce come tornare a interpretare le categorie dello spazio.  Da considerare la prossima volta che facciamo un viaggio o ci facciamo un giro verso la piazza della nostra città.

L’estate sccorsa, insieme a  due personaggi straordinari, un autore teatrale e un artista, urbanista nonché ex bassista dei Calexico, e un gruppo di volontari appassionati,  ho avuto l’opportunità di partecipare e organizzare una performance per le strade di una piccola e depressa cittadina della Germania Est. Percorrevamo le orme di un illuminato intelletuale tedesco, Lucius Burkhardt – attraverso le strade di una piccola città tedesca. Da questa esperienza sono nate, tra l’altro le mie “istruzioni per passeggiare”. Qui mi limiterò a dire che abbiamo applicato i principi che l’intellettuale tedesco aveva chiamato, scherzosamente ma non troppo, strollology, o Spaziergangswiessenchaft, che a me piace tradurre come “passeggiologia” o magari “zonzologia”. In pochissime parole: un esercizio fisico e intellettuale – diciamo, una conversazione durante una passeggiata – piena di riferimenti imprevisti e irripetibili su arte, politica, futuro, passato, scienza, architettura, tempo libero, vino. Siamo riusciti, anche con lo stupore dei più scettici, a far “riscoprire” o scoprire un posto che secondo i canoni classici di giudizio sarebbe sembrato totalmente insignificante. E abbiamo immaginato un futuro. Entrerò più nel dettaglio con un articolo apposito.

Sulla stessa scia, nel libro Walkscapes l’architetto Franco Careri ho incontrato un parallelo tra i percorsi del Paleolitico, le mappe cantate dei cacciatori-raccoglitori e i loro luoghi sacri e le avanguardie  artistiche del Novecento e oltre, dal dadaismo alla  Land-Art, per finire ai giorni nostri con le esplorazioni militanti delle periferie di città come Roma o Parigi. Il concetto è che il semplice atto del camminare sia stata la prima azione estetica effettuata dall’uomo, la prima forma di architettura che ci ha permesso di penetrare e fare ordine nei territori del caos. Seguiranno articoli anche su questi temi.

Avventurandomi in questi terreni poco battuti, mi sono reso conto che in questi termini aveano già pensato  moltissimi autori (che mi vengano in mente qui e ora, Claudio Magris con Danubio  o Mediterraneo di Matvejevic), o nei loro film (Herzog), nella musica e nelle pubblicazioni scientifiche. Esistono campi di studio e correnti dai nomi solo apparentemente bizzarri, come l’etnogeologia e la geofilosofia. L’irriducibile interdisciplinarità rende difficile che questi argomenti siano percepiti come seri (chi in Italia, definirebbe paesaggio una parola seria?). Dall’altro lato, il grande pubblico divora difficilmente i libri così concepiti, perché non hanno mai un’unica trama, perché non strombazzano facili soluzioni e sono, nella loro irrimediabile pluralità, spesso scomodi o, peggio, rivoluzionari – io invece mi ci sono già perso, e sarà difficile uscirne.

La foto viene da questo articolo, di cui consiglio la lettura.

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