Armi, acciaio, malattie: una recensione

Cajamarca, odierno Perù,1533. Atahualpa, imperatore degli Inca, viene giustiziato in pubblica piazza dai conquistadores: ad appena quarant’anni dalla sua scoperta, l’Europa è padrona incontrastata del Nuovo Mondo; gli altri continenti seguiranno a breve. Ma se potessimo riavvolgere il nastro della storia e far ripartire tutto da capo, le cose potrebbero andare diversamente? Potrebbe magari essere Atahualpa, invece che sua Mastà Cattolica, ad armare una flotta e salpare alla conquista dell’Europa? armi-acciaioÈ attorno a questa domanda e alle sue molteplici declinazioni (a cosa è dovuta l’attuale predominio dei paesi occidentali?) che ruota Guns, Germs and Steel (in Italiano Armi, acciaio, malattie) il saggio che ha reso celebre il biologo Jared Diamond.

Il libro, edito ormai da quasi vent’anni, è diventato un tale classico che chiunque si occupi di ambiente, scienze naturali, evoluzione dell’uomo o semplicemente si interroghi sul destino dell’umanità su questo pianeta finisce per imbattercisi. Diamond, nella sua prosa brillante e sicura di sé (talora un po’ troppo di entrambe le cose, per la verità) ci trascina in un viaggio sorprendente attraverso i continenti e i millenni, riproponendoci questa domanda sotto diverse angolature. E la sua risposta è un secco no: le cose sarebbero andate più o meno nello stesso modo, e la chiave del successo è già nel titolo: Armi, acciaio, malattie. Grazie a questo cocktail micidiale, costruito nel corso di millenni di metallurgia, guerre intestine, pastorizia, agricoltura, ed ereditato dai moderni europei e quindi dagli americani, questi trionferebbero ancora – ma non per una superiorità intrinseca, bensì per la loro fortuna di essere stati “gli uomini giusti al momento giusto”.

È nella geografia e nell’ambiente, nella tesi di Diamond, la chiave di volta delle alterne fortune del genere umano. Estperest condivide molte delle critiche di riduzionismo e di determinismo rivolte da più voci a questo autore; 20160510_084946eppure alcune di queste idee, così semplici e interessanti, ci sembrano un paio di occhiali indispensabile per capire il mondo di oggi. Noi ci focalizzeremo su quelle “geografiche”, naturalmente.

I continenti, è lampante, sono distribuiti in due modi: uno molto grosso, l’Eurasia, è disposto lungo i paralleli, da “molto a ovest” a “molto a est”. Altri due, grossi quasi altrettanto, ma comunque un po’ meno, corrono lungo i meridiani: le Americhe dall’Artico all’Antartico, e l’Africa dal Mediterraneo ai Quaranta ruggenti di Città del Capo. Se li dovessimo stendere dopo una centrifuga, per asciugare l’Eurasia servirebbero ben tre mollette, per le Americhe ne basterebbe una. L’Australia è defilata in un angolo, appesa a un filo isolato. Quanto alle isole dell’Oceania, beh, non pervenute.

Può stare in questo accidente geografico la ragione del trionfo dell’imperialismo europeo? Sì, ed è anche piuttosto ovvio, se aggiungiamo alla mappa un solo grado di complicazione: il clima. Questo cambia spostandoci di latitudine, ma è grosso modo omogeneo tra oriente e occidente: il che significa che mentre dal Portogallo alla Corea c’era millenni fa una libera circolazione di piante e animali, e quindi di popoli e merci – quasi una Schengen del Paleolitico – per esplorare le Americhe bisognava attraversare deserti, passare dal molto freddo al molto caldo, e viceversa. E quando hai appena domesticato una pianta che cresce nell’umidità equatoriale, come la palma o l’igname, tentare di esportarla in mezzo alle sabbie del Sahara o del Kalahari non è un’idea molto brillante. Al contrario, seminare a grano e legumi la fascia sconfinata dei climi temperati estesi attorno al Medio Oriente si rivelerà un affare molto più redditizio. E tra questi climi, quello mediterraneo, fatto di estati asciutte e inverni umidi, prosperano le piante annuali: accudire e selezionare di stagione in stagione cereali come il grano è molto più fattibile che, per esempio, avere ragione delle lussureggianti e secolari vegetazioni tropicali.

L’agricoltura è stata in effetti inventata autonomamente in tutti i continenti (tranne la desertica Australia); solo gli agricoltori di Medio Oriente e Cina, grazie alla loro fortunata posizione geografica, conobbero un’esplosione demografica e poterono (o dovettero) espandersi. I popoli confinanti furono assimilati o comunque adottarono rapidamente le nuove tecnologie (secondo il vecchio principio “se non cambi, ti estingui” – e molti in effetti si estinsero). Così, in pochi millenni, favoriti dalla combinazione di climi opportuni e barriere geografiche, nacque quel calderone di popoli in continuo rimescolamento che edificarono le cosiddette grandi civiltà. Intendiamoci: la vita di un agricoltore era spesso più grama di quella di un cacciatore-raccoglitore, fatta di lavoro dall’alba al tramonto e disuguaglianze sociali, ma è indubbio che, complessivamente, la popolazione cresceva e con questa l’organizzazione della società, la tecnologia e la potenza militare – le armi e l’acciaio, insomma.

Una menzione speciale merita l’allevamento. All’alba del Neolitico l’Eurasia pullulava letteralmente di animali domesticabili: tra gli altri, le versioni selvatiche di capre, pecore, vacche, polli, maiali. Nelle due Americhe  c’erano solo il lama e il tacchino. Quanto all’Africa subsahariana, il numero era ancora più esiguo: zero, zero spaccato. I primi costruttori di stalle non sapevano che, a forza di mungere, macellare, tosare, tirare colli, stavano acquistendo un’altra arma ancora ancora più letale: la resistenza alle malattie infettive, che passavano con grande facilità dalle bestie all’uomo. Se ne resero conto quando, nel Nuovo Mondo, prima ancora di mettere mano all’archibugio vedevano gli indigeni accasciarsi al suolo consumati dal vaiolo (“Ti piace vincere facile…”).

Diamond torna varie volte indietro nel tempo delle glaciazioni e delle prime migrazioni, indugia nei tempi storici e porge interrogativi per il futuro. Facendolo, illustra in maniera convincente tutti i fattori che hanno portato all’egemonia prima degli euroasiatici, e poi, più specificamente, degli europei. Il problema centrale del libro è proprio in questa specie di “predestinazione geografica”: per quanto ribadisca in continuazione che lo scopo del libro è proprio dimostrare che non c’è nessuna intrinseca superiorità nei cosiddetti occidentali,  non fa che ritagliare le condizioni ottimali per il “successo” dei gruppi umani sulla base della situazione europea. E lui non lo fa mai, d’accordo, ma di qui a dire che le soluzioni degli “occidentali” sono le migliori, comprese le forme di governo e il sistema economico, il passo è breve. Un po’ troppo breve: non sorprende che il libro abbia ricevuto il plauso di ricchi filantropi del calibro di Bill Gates, quelli insomma che vogliono insegnare al resto del mondo il come si fa (come se i bisogni e le credenze fossero automaticamente le stesse per tutti gli umani). E questo, sì, è francamente insopportabile.

Ma tutto ciò non sminuisce il merito enorme di aver inserito la storia umana, con le sue glorie e miserie, nell’onda lunga del tempo geologico, nel contesto dell’evoluzione del nostro pianeta a partire dall’ultima glaciazione, e averla così strappata alle ristrettezze della storia comunemente intesa. Ben venga il dibattito, ben vengano i ficcanaso che vogliono vedere se l’erba del vicino è davvero più verde, se lo fanno con competenza e umiltà.

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