Sul Mediterraneo d’Oriente

Nel limbo dei libri fuori catalogo. Dopo una fugace apparizione sugli scaffali delle librerie, molti libri sono è presto caduti vittima delle crudeli leggi del mercato. Attorno ad alcuni di questi ruota tutta la vicenda di Estperest, come questo, un tempo edito in italiano da Einaudi e tuttora un successo, con varie riedizioni, in lingua originale.

Mar Nero: storie e miti del Mediterraneo d’Oriente di Neal Ascherson, Einaudi, 1999.

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Vi siete mai chiesti perché il Mar Nero si chiama così? Con ogni probabilità, no. Normalmente sappiamo a stento cos’è, il Mar Nero, e ancor meno dov’è; saremmo tentati di ipotizzare che il nome sia dovuto alla sua invisibilità nelle carte del nostro immaginario. Una chiazza nera tra grossi stati irrequieti dai confini contesi, una parentesi d’acqua nel crogiolo di continenti chiamato Eurasia. In realtà questo mare ha un’identità fluida ma netta, sedimentata nei millenni che hanno forgiato la sua storia complessa.

Il problema è che guardiamo male la mappa.

Io me ne resi conto per caso, dopo aver fissato un planisfero come un babbeo per non so quanto tempo, alla ricerca di un’idea per partecipare a un bando con cui speravo di finanziarmi un viaggio. Lo vidi apparire distrattamente, come quelle illusioni ottiche in cui, rilassando i muscoli dell’occhio, un disegno prende forma dai contorni di un altro, più evidente e stereotipato. Dopo questa scoperta, mi precipitai in biblioteca, dove trovai e divorai Black Sea. Capii così che non mi ero sbagliato: se la Turchia, l’Ucraina, la Georgia o la Russia ci sembrano mondi diversi è perché siamo avvezzi a un mondo di stati-nazione, di stati-terra, come se i popoli fossero chiusi in compartimenti stagni. Ma Neal Ascherson, scrittore e reporter scozzese, ci racconta, con una prosa delicata e coinvolgente, un’altra storia. Molte storie, per l’esattezza. Intrecciando le trame di autori di ogni epoca con quelle dei suoi viaggi riesce a dipingere un affresco del grande mare come un luogo privilegiato di incontro tra popoli e mondi diversi, dei nomadi con i sedentari, dei “barbari” con i “civilizzati”, dei terricoli con i marinai. La storia del Mar Nero è in effetti la storia di una vasta frontiera e questa sua natura è già narrata nella mitologia: l’impresa degli Argonauti di Giasone, la seduzione e la paura per le crudeli regine e guerriere straniere come Medea ole Amazzoni.

I porti che i greci costruirono al limitare del loro mondo conosciuto si affacciavano in realtà su un mare ancora più vasto, quello delle immense steppe percorse dai carri degli Sciti, che scorrevano da est verso ovest come grandi ondate che si infrangevano contro le civiltà dei piccoli spazi, dei confini, dei popoli sedentari. Questo incontro straordinario si è perpetrato per millenni con attori diversi, Bizantini, Genovesi, Veneziani, da un lato, e Sarmati, Mongoli, Turchi, dall’altro, fino ai Russi, ai Cosacchi e ad altri ancora. Se è stato molto il sangue versato, moltissimi sono anche gli esempi dell’arricchimento reciproco, dei rimescolamenti, dei sincretismi. Le straordinarie vicende della colonia greca di Olbia, o di Odessa, i regni multiculturali di Crimea, o ancora la resistenza dei popoli laz, al confine turco-georgiano, sono narrate in maniera illuminante e appassionante. Fanno il resto le parole e le vicende rocambolesche di narratori di ogni epoca e provenienza, da Ovidio a Lord Byron, da Erodoto a Mickiewicz, dal Babel’ dei Racconti di Odessa alla misteriosa Abchazia di Fazil’ Iskander.

Ascherson non volge lo sguardo solo all’antichità, anzi. Passando per i tumulti della Rivoluzione d’Ottobre e per gli esodi immani voluti da Stalin e dai nazionalisti turchi e le vicende che hanno insanguinato questa regione nel Novecento, ci catapulta nel presente eci obbliga a interrogarci sul futuro. Se è qui che sono stati forgiati i concetti di “barbarie” e di “civiltà”, infatti, è ancora qui che questo eterno conflitto viene riproposto sotto i nostri occhi. Lui non ha fatto in tempo a scriverlo, ma non è un caso che molte delle partite cruciali per il mondo di oggi, dall’Ucraina alla Turchia al dramma dei profughi, si giochino proprio dove i confini artificiali vogliono rompere quella che da millenni è una frontiera immensa ma permeabile, anzi fluida letteralmente come l’acqua.

Il mare dove con più evidenza la storia si confonde con la geografia possiede anche una sinistra proprietà fisica. Se in superficie le correnti rimescolano senza sosta le acque dei grandi fiumi d’Europa con quelle salate del Mediterraneo, poco al di sotto si nasconde un’enorme massa immobile, priva di ossigeno e di vita. Si tratta del serbatoio di acque anossiche più grande della Terra, dove batteri estremofili rilasciano enormi quantità di solfuro di idrogeno – un immane serbatoio di veleno in cui i relitti di passati naufragisi conservano con inquietante efficacia. Anche la nostra epoca galleggia precaria sopra fantasmi del passato e rancori mai del tutto sopiti, sopra catastrofi umane e ambientali che minacciano continuamente di riemergere. Questo spiega perché nelle pagine di Neal Ascherson ci sembra di trovare un diario di bordo che ci aiuta ad attraversare incolumi non solo questo mare, ma anche il nostro turbolento continente che lo racchiude.

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