Tracciati paralleli

 reportage/racconto tra il Caucaso e le Alpi Orientali

 

L’erba era schiacciata dall’umidità. Qua e là, fra le malghe e i rifugi di legno, un masso erratico  color tela bagnata si faceva macchiare da un lichene o da un muschio, osservato da un corvo paziente che non aveva nient’altro da fare. Dietro i massi si indovinava la valle, e oltre la valle si vedevano i baffi di nuvole inalberati lungo pendii grigioverdi che si gettavano a capofitto oltre la linea di cresta. Più in alto, chiazze irregolari di neve simili a enormi stracci butteravano la verticale dei picchi più aspri. A volte si sentivano gli echi di corvidi in volo, non diversi da spari lontani portati dal vento.

Nove mesi fa saltavo su una marshrutka – i malridotti pulmini che fanno la spola da un angolo all’altro dell’ex Unione Sovietica – e dando le spalle ai bastioni del Caucaso mi dirigevo verso il Mar Nero. Oggi sonnecchio su un autobus bianco e viola che punta alla montagna che si affaccia sulla mia città. Quest’alba tiepida si confonde nell’altra, e io non so perché.

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L’autobus scala la marcia imboccando il tornante, e il motore ruggisce e ci spinge avanti, poi si piega su un fianco come una molla, stringendo tra loro le due ragazze romene che vanno a pulire la casa di qualche pensionato che vive in altura. Quel giorno, la marschrutka sussultava nervosa su strade infangate e ritornava tre volte sugli stessi incroci, come incredula che fossi io l’unico passeggero. Adesso una ragazza straniera – una studentessa francese con due gambe da brivido – sta indicando le cime che non si vedono al suo fidanzato imbottito di articoli tecnici per il trekking. Quel giorno, nel mezzo della discesa sull’asfalto bagnato, il guidatore aveva inchiodato per raccogliere un ispido montanaro, la giacca macchiata e i grossi stivali rigati di fango.  Era rimasto in piedi, per quanto ne so, a commentare la lunga teoria di pietrisco portato giù dall’ultimo temporale, o quella delle gigantesche pareti rocciose che ci sfilava accanto. Il guidatore annuiva, un maiale grufolava nella fanghiglia. Adesso, nei piccoli appezzamenti ben recintati i vigneti cedono il passo ai meleti, i fiori dipinti sugli intonaci sono immobili, i pensionati più mattinieri ci guardano storto imbracciando il tosaerba elettrico; di tanto in tanto si apre la vista sui cavi degli impianti sciistici che volano sopra gli abeti.  dsc_1150b

Dietro a un tornante, al riparo di una tettoia di tronchi in mezzo a vacche indifferenti, un giovane dalla barba rossiccia faceva cenno al guidatore di fermarsi. Muoveva la mano con il palmo rivolto verso il basso, con calma, e contrattò il prezzo pronunciando parole georgiane con un accento anglosassone. Bastò a farmi capire che si trattava di Merek, un giovane matematico americano che aveva piantato tutto per girare l’Eurasia con lo zaino in spalle. Ne avevo sentito parlare settimane prima, ad Alessandropoli. Dopo il prezzo, non disse più nulla: ci squadrò con uno sguardo  schivo, uno occhio da mandriano, da gaucho che si è spinto fino alla Patagonia per evitare il contatto umano. Poi si sedette e si voltò subito verso la stessa alba che mi aveva colpito, e io mi misi a fissare il libro inzuppato che faceva capolino dalla sua tracolla militare.

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Vivo in questa regione da più di due anni, e queste facce, questi visi, questo dialetto mi sono familiari. Non sono in viaggio – è a questo che servono i libri. Quello che tengo sulle ginocchia  l‘ha scritto, in italiano, una donna georgiana della mia età.  Precipito brevemente nel suo mondo, o almeno in un mondo intricato e poetico che rimbalza in continui rimandi, poi i tornanti mi costringono a chiuderlo. Chiudo anche gli occhi, e nelle pieghe invisibili della sintassi mi pare di intuire i ritmi e i linguaggi impenetrabili di quelle strade lontane. Ruska Jorjoliani, si chiama, chissà che faccia ha. La immagino simile a quelle due donne, madre e figlia, che gestivano l’ultimo affittacamere di Mestia, il più economico, il più lontano, una casetta appena oltre il torrente. Nei loro bei visi dai tratti austeri brillava una nobile timidezza di montanare, infinitamente lontana dallesuberanza vulcanica cui mi ero abituato in pianura. dsc_1294Il vento dell’autunno caucasico faceva fischiare le decine di spifferi dell‘unica camerata, concepita per l’estate, ma io mi potevo rintanare nel calore del loro soggiorno.  In ogni casa georgiana c’è un pianoforte, così mi hanno detto, ma quello era il primo che vedevo; era la ragazza che lo suonava, ma solo quando non c’era nessuno. Adesso, dalla cucina, sentivo la sua voce bassa mescolarsi al tintinnio delle stoviglie, in una lunga telefonata interrotta da brevi risate.  Si sentiva anche un lieve bisbiglio, quello di una teiera fatta alla turca, due pentole sovrapposte, accesa quasi incessantemente.

Oggi, il Dos d’Abramo è ancora avvolto da  nuvole e nebbia, eppure dicevano che doveva essere bello. Cammino con gli occhi a terra, per non inciampare. La roccia è friabile e rossa, è stata spezzata in innumerevoli scaglie dal tempo geologico.

In Georgia, sprofondato nella poltrona, me ne stavo con la tazza di tè fra le mani a rimuginare lo spettacolo delle torri di guardia abbarbicate sui fianchi di ripide valli, sopra torrenti ingrossati, sotto altissimi picchi invisibili, oltre i recinti e i fienili sull’erba bruciata dal gelo.  Riascoltavo la sonorità gutturale di certe lettere, così dure o dolci, e mi chiedevo cosa significasse pensare con quella lingua e scrivere in quell’alfabeto arabescato, così come appariva sulle lapidi tonde di uomini sconosciuti. Volevo sapere in che modo il mondo di quelle due donne era diverso dal mio, se le parole hanno lo stesso peso, se le parentele, i nomi dei luoghi e i luoghi che gli corrispondono si avvitano in un rapporto diverso, e come lo vedono cambiare. Ma per quanto ci si sforzi di essere soli e di farsi tutt’orecchie, viaggiando si arriva, si vede, si ascolta, si dice qualcosa, poi si riparte.

Io cammino con il fiato rotto lungo la cresta, lo sguardo a terra. Posando il piede mi accorgo che la roccia cambia bruscamente colore: quello davanti è sul rosso, polvere del fondale di un mare cretaceo, quello di dietro è sul grigio, una polvere molto più giovane, dell’era terziaria. Raccolgo un frammento di roccia. In pochi centimetri conto undici fossili simili a minuscoli dischi volanti, o a occhi, o a misteriose galassie. Sono nummuliti, organismi marini a una sola cellula, con un guscio calcareo avvolto in una spirale schiacciata. Ce ne sono miliardi di miliardi, dispersi dalle pareti alpine alle Piramidi d’Egitto – uno scienziato bizzarro, un secolo fa, credette che tutte le rocce ne fossero composte, che la Terra fosse una nummulosfera – testimoni muti di un mare che nessun uomo ha mai visto.

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Ma anche sul tempo profondo delle montagne si arriva, si tenta di immaginare, si viene un attimo sfiorati dalla vertigine, si torna a valle. Nel Caucaso la montagna l’ho vista muoversi: un ghiacciaio nascosto da una coperta di pietre, a parte l’enorme bocca azzurra da cui sgorgava un torrente, che cigolava e gemeva lanciando scariche di pietrisco.

 Era una gigantesca, lentissima inondazione quella che scivolava dal Monte Ushba, solida come la roccia, in alto candida e sotto ricoperta di pietre. Anche seduti su una delle onde più  bisognava restare vigili. Adesso, davanti a me, si spalanca una vasta vallata cava come un cucchiaio, dai fianchi ripidi e il ventre molle: un ghiacciaio che c’era e oggi non c’è. Mi immagino il suo lungo respiro, la sua forza cieca e ostinata di drago che scivola a valle, che si espande abradendo la roccia, poi lentamente si sgonfia, scricchiola, indugia, infine scompare, e tutto tace. Rompono la monotonia una fila di massi erratici e lo stridio di qualche corvo. 

Ormai ho finito di scarpinare, il pomeriggio si è fatto caldo e io mi sono seduto al rifugio, mi faccio portare un caffè. Il sole scalda. Le montagne sono silenziose. Apro il libro.

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2 thoughts on “Tracciati paralleli

    • Beh, la Georgia è molto più “autentica” e gli sciatori sono sborroni, vero, ma anche sulle Alpi ci sono persone e posti interessanti, anzi… il nostro immaginario della montagna (in tutto il mondo) viene proprio dalle Alpi, quindi non vanno sottovalutate 🙂

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