Quei testimoni imbarazzanti di viaggi e vacanze

Il fallo del David di Michelangelo disegnato sui boxer sarà un po’ sconveniente, ma le sue proporzioni sono perfette – per tenerlo fermo sullo scaffale, niente di meglio di un fermacarte a forma di Tour Eiffel. 96ff5acb0822f95390ae96e8dbc5b8e2Più difficile trovare una collocazione alla gondola chiusa in un’ampolla, investita da una bufera di brillantini; si potrà forse riciclarla come regalo.

L’antropologo Duccio Canestrini ha scritto un libro piacevole e brillante su quegli oggetti piccoli ma ingombranti, nonché imbarazzanti, che generalmente chiamiamo souvenir.

Tentati di derubricarli con un certo snobismo a “robaccia” da turisti cafoni? Allora questo è esattamente il motivo per cui sarebbe il caso di leggere Trofei di Viaggio. Che ci piaccia o no, la supposta linea di demarcazione tra “noi, veri viaggiatori”, e i turisti, consumisti e superficiali, è in realtà una regione sfumata. E allora è opportuno indugiare sulle modalità in cui milioni di persone si relazionano alla fisicità dei luoghi, per mettere meglio a fuoco noi stessi non soltanto come percorritori di strade, ma anche come parte della “cosa viaggiata”, cioè del mondo – o almeno del nostro “Bel miniature-pisa-italy-souvenir-from-italy-with-free-pisa-postcard-2Paese”, che deve molto di quello che è proprio agli sguardi di innumerevoli viaggiatori e turisti. E un ottimo punto di partenza per questa indagine può essere proprio il distillato più corporeo e tangibile dell’universo turistico. Il souvenir.

Nelle pagine di Canestrini scopriamo che dietro la generale banalità dell’oggetto si celano una serie di motivazioni profonde e una lunga storia. Si potrebbe parlare del bisogno di “certificare” la nostra avventura e preservarla dal tempo monotono della vita quotidiana; o dalla ritualità del dono, che crea un legame tra chi è rimasto a casa e chi è andato, il quale, fra l’altro, sente il bisogno di “giustificare” la sua momentanea assenza. E da qui, volendo, si potrebbe scatenare una valanga di riflessioni sul perché viaggiare sia in fondo visto come una “diserzione”, accettabile solo quando rientra negli schemi rassicuranti della parentesi, della garanzia che il “ribelle” torni all’ovile senza pretese di cambiamento. 20050214184737_res

Ci si può soffermare sulle caratteristiche ricorrenti degli oggetti prescelti: le palle di neve, o boules à neige, rispondono al bisogno di ricostruirsi un microcosmo controllabile; i cimeli a carattere erotico, o gastronomico, testimoniano che si è adempiuto il “dovere” di divertirsi; penne e quaderni evocano il viaggiatore romantico o gli avventurosi reporter-scrittori del Novecento; le conchiglie riemergono invece dalle profondità di complesse simbologie religiose. Gli oggetti sono generalmente appesantiti da un carico innaturale di significati, peraltro stereotipati, il ché li rende quasi sempre un po’ stucchevoli e ridondanti. A questo proposito tornano utili le parole di Gillo Dorfles, citate in un punto cruciale del libro:

“Il turismo si può considerare come uno degli aspetti più clamorosi di un rito che trasforma e mitizza ogni evento con cui l’individuo entra in contatto. Il rapporto tra il turista e l’ambiente è raramente genuino, ed è questo velo di falsità, di contraffazione e di ammirato sentimentalismo a far sì che il mondo, come appare al turista rechi, il più delle volte, in sé le stigmate del Kitsch”.

La questione dovrebbe interessarci anche nelle vesti di cittadini stanziali: l’identità nazionale italiana è stata infatti costruita anche sulle icone turistiche stereotipate del Bel Paese, e questo ci rende esposti a questo sinistro tocco da re Mida del turismo massificato, quello di banalizzare e imbruttire istantaneamente qualsiasi “attrazione” con cui entri in contatto. Ma chi erano i proto-turisti che hanno forgiato l’immagine di facciata con cui si presenta l’Italia nel mondo?

Carl-Spitzweg-English-tourists

Karl Spitzweg, English Tourists, 1845.

Gli intellettuali del Grand-Tour, scrittori, poeti e pittori a cui ci ancora ci ispiriamo, consapevoli o meno, sia che ci consideriamo “turisti” o “viaggiatori”. Costoro erano grandi acquirenti di oggetti ricordo (seppure di maggior gusto, concediamolo). I veri antesignani del turismo moderno vanno però ricercati tra i pellegrini del Medioevo. Intorno a loro orbitava un fiorente mercato di guide, opuscoli, locande, ristori, bordelli, e naturalmente di oggetti ricordo. PT194aAccanto alle reliquie (altrettanto “diversamente autentiche” dei pacchiani soprammobili made in China di oggi) c’erano anche gli oggetti tipici delle principali mete che venivano addirittura cucite sul saio dei pellegrini – palme per chi era stato a Gerusalemme, l’effigie della Veronica per i “romei”, cioè quelli diretti alla Città Eterna, e il celeberrimo Pecten jacobaeus, la più classica delle conchiglie, per chi aveva percorso il cammino di Santiago fino alle propaggini occidentali dell’Europa.

 

Allora, che siate pellegrini moderni, di massa o no, o abitanti di una città d’arte infastiditi da sciami di anziani in sandali e calzini che si contendono un “autentico” modellino del Colosseo che cambia colore a seconda del tempo, non derideteli. Oppure derideteli pure, se proprio volete, ma sappiate che anche voi siete un po’ figli e un po’ portatori dell’antica e obbrobriosa tradizione del souvenir.

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