Spazio / Luoghi

 

Potrà sembrare strano, ma non sono la stessa cosa. Anzi, una volta lo spazio non esisteva. C’erano solo i luoghi. Ma che differenza c’è?

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Lo spazio è il piano cartesiano: si può misurare, se ne può traslare un pezzetto lungo i suoi assi, si può interrompere con dei moduli, ci si possono tracciare le diagonali. Ogni pezzo di spazio è intercambiabile con l’altro. L’osservatore è esterno, e immobile: anche lo spazio è immobile. L’osservato e l’occhio che osserva, l’occhio della razionalità pura, del cartografo, della Rivoluzione Scientifica. Il mondo è osservato da un ipotetico altrove (da quale altezza la Terra inizierebbe ad assomiglierebbe a una mappa? E fino a quando?) Lo spazio inizia con il Rinascimento e con la prospettiva – vale a dire, una convenzione come le altre per rappresentare il mondo, ma diventata presto l’unica realtà – . Lo spazio è un oggetto inanimato e immobile; chi ci si muove lo fa come la mano che traccia il grafico di una funzione, in progressione rapida e lineare. La conquista dello spazio moderno si è compiuta con la ferrovia, che ha superato poi se stessa nell’autostrada: il mondo è attraversato su massicciate, terrapieni, viadotti, per garantire che le entità restino separate. Lo spazio è il contenitore della modernità,  della velocità, dell’efficienza; è la linea più breve da A a B. E’ funzionale ma alienante. Sullo spazio moderno si fondano gli stati nazionali, i confini chiusi, la tecnologia positivista, la strategia militare, i muri, i reticolati, ma anche gli splendidi viali di Ferrara.

Il primo viaggiatore dello Spazio è Cristoforo Colombo: seguiva una mappa disegnata ancor prima che si conoscessero i luoghi che doveva rappresentare. Inseguiva le coordinate attraverso l’Oceano, un infinito piano cartesiano. Se l’America non era l’Asia delle sue mappe, lo doveva diventare. E i suoi abitanti indiani.

I luoghi, invece, non sono intercambiabili: hanno un’identità, una storia, e sono riconoscibili. Non si possono spostare a piacimento, e sono ricorsivi: un luogo può contenere altri luoghi. Lo spazio, invece, è unico, ha una sola dimensione (o due, o tre – comunque una geometria).  L’osservatore dello spazio lo guarda dall’esterno, per i luoghi avviene il contrario: lo spettatore sta dentro il luogo, ci interagisce, e ci proietta dei significati. Il visitatore modifica il luogo per il solo fatto di riconoscerlo. Gli abitanti del luogo interagiscono con il luogo stesso e con l’osservatore.  L’uomo preistorico era tutt’uno con il suo territorio: nell’arte rupestre è impossibile separare il disegno dal substrato roccioso, dall’ocra usata per rappresentarlo, e dalla posizione geografica – le opere d’arte preistoriche sono sempre Land Art, amplificano ed etichettano i simboli della Terra. Anche i percorsi erano parte del gioco, non semplici connettori tra due punti. Per questo nelle carte geografiche, fino al Medioevo, generalmente le strade non erano tracciate: si camminava nel territorio, non sopra.  I luoghi sono stati tagliati fuori dalla modernità: il mondo dei non-luoghi descritto da Marc Augé, fatto di uno spazio anonimo, entità traslabili lungo le coordinate. Ma oggi la tecnologia restituisce una vita fuori dall’osservatore, all’oggetto. La Rete può essere (forse) un ritorno al luogo. Il paesaggio, argomento attualissimo, è la forma del luogo, non dello spazio.

Il viaggiatore più famoso in un mondo di luoghi è Marco Polo: la sua mappa erano i resoconti della gente che incontrava; non calcolava distanze, ma tempi di percorrenza. Parlava tutte le lingue della via della Seta e fu assorbito dai suoi posti fino a diventarne parte integrante, fino a trasformarli per sempre.

[Farina del sacco di Franco Farinelli, geografo presso l’Università di Bologna; mi sono riferito anche a questo libro di Aldo Meschiari e all’arcinoto Marc Augé]

 

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