Chicago / Sarajevo

Potrebbe anche essere Sarajevo e New York, Sarajevo e Parigi, Sarajevo o qualcos’altro. Forse c’è anche un’altra città che potrebbe sostituire Sarajevo, ma io non la conosco.chicago-illinois-usa-night-city-bridge-road-skyscrapers-1080p-wallpaper-thumb  IMG_6930b

Chicago è un esempio della moderna megalopoli del melting pot, in cui innumerevoli identità e culture diverse si mescolano tra loro creando un ibrido fecondo e sfaccettato, però indistinto, smussato. I singoli ingredienti di questo calderone si trasformano in qualcos’altro e non hanno più molto a che fare con gli ingredienti originari. Sono le idee di Aleksandar Hemon, lo scrittore bosniaco innestato nella città del vento, dove scrive in inglese. Hemon cita a sua volta Saul Bellow: “Chicago non era in nessun posto. Non aveva collocazione. Era una cosa abbandonata nello spazio americano.”

Sarajevo rappresenta, o forse rappresentava, l’esatto opposto di Chicago. E’ incastrata perfettamente nella sua cornice geografica: le montagne che la racchiudono, il fiume che scorre, ogni collina, la sua disposizione lungo i punti cardinali, esercitano un’influenza diretta su tutte le strade, su tutti i ponti, sui cimiteri, sulla posizione delle moschee e sulla fabbrica di birra, sulla babele etnica e religiosa dei suoi abitanti. Le case dei quartieri popolari, aggrappate ai ripidi pendii della valle hanno due facce, una verso la montagna, verso l’identità “primitiva” delle comunità, e una urbana, rivolta verso le piazze, verso il mercato e gli scambi. A Sarajevo, città multiculturale per eccellenza, non c’è melting pot. Ogni identità si arricchisce nei continui scambi e confronti, ma  resta irriducibilmente se stessa. Non c’è bisogno di tolleranza, perché è chiaro a tutti che l’edificio è costruito su identità diverse e crollerebbe  se uno solo venisse a mancare. Forse è quello che è successo, forse Sarajevo è morta: l’assedio da parte dei nazionalisti è stato l’assalto dello spazio sul luogo, del villaggio globale sulla polis, della grande Chicago sul microcosmo balcanico.

Italo Calvino dedica uno dei miei libri preferiti, le Città invisibili, alle “città, nel momento in cui smettono di essere vissute come città. A me piace pensare che l’abbia dedicata proprio a Sarajevo.

 Il confronto tra  Chicago / Sarajevo l’ho trovato nel (bellissimo, avvicente, drammatico) Libro delle mie vite di Aleksandar Hemon, uno scrittore bosniaco trapiantato da un ventennio in America (indovinate? a Chicago). Idee simili sono espresse ne Il Centro del mondo di Dzevan Karahasan: più di sfuggita, non è difficile trovare riferimenti al Paolo Rumiz, specialmente alla Cotogna d’Istanbul. Nel libro I Balcani di Georges Prévélakis la città ottomana è spiegata in maniera esemplare. Quanto a me, ne ho parlato già in questo articolo.

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