Chiosco abusivo con vista sul Kosovo. 2.

(prosegue da qui)

Eppure i volti straordinariamente cordiali, i modi rilassati di certi frequentatori dei caffè, raccontano di una vita parallela che sembra fregarsene di tutto questo, sospesa in una dimensione inafferrabile. E se c’è un posto dove questa proprietà è inconfondibile questo è senz’altro la vecchia Prizren.

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Foto Wikipedia/TobiasKlenze/CC-BY-SA4.0

Qui il tempo scorre più dolcemente che nel resto d’Europa, come l’acqua che scroscia in minuscoli canali sul marciapiede, indugia tra le gambe dei vecchi ossuti con il copricapo tradizionale, il qeleshe, ruota in un minuscolo mulino davanti a un caffè e si tuffa nel torrente, proseguendo poi verso ovest, sotto le arcate del ponte antico.

 

A sinistra del fiume, contro gli spioventi immersi nel verde delle case ottomane e la fortezza sulla collina, domina l’elemento verticale: guglie di minareti, cupole di moschee, campanili di chiese ortodosse. A destra la vita civile, i negozi, il mercato, le verande dei caffè. 20160704_182334

Ma nei Balcani niente è mai solo quello che sembra. Proprio al centro di Prizren, la cattedrale ortodossa di Nostra Signora di Ljeviš è stata data alle fiamme. Non oggi, ma neanche ieri: nel 2004, sotto il naso della Nato e dell’Onu, durante le sollevazioni che costrinsero alla fuga migliaia di serbi; il giorno che gli albanesi, da popolo martire, si risvegliarono all’improvviso a vestire anche la parte del carnefice. Oggi è una bella chiesa che riesce quasi a sembrare antica, ma nelle foto, appese su un lato nascosto alla strada, appaiono i moncherini sinistri, resti di travi annerite dalle fiamme della rivolta. I poliziotti sonnecchiano davanti all’ingresso dell’edificio ricostruito, fedeli al fumoso tempo balcanico, mentre cartelli minacciosi ricordano che che ogni tentativo di danneggiamento sarà perseguito secondo la giurisdizione penale, perché il Kosovo è una repubblica democratica e multiculturale.

Sarà, ma non bisogna essere un genio per capire che i segnali sono contraddittori, come tutto in Kosovo. La celebrazione dell’Uçk è capillare, dalla toponomastica della capitale alle statue e alle bandiere sui crocevia solitari nelle campagne. Perfettamente controbilanciata, ma più illividita dalla sconfitta, la retorica delle enclave serbe, separate in casa, con le statue dei suoi eroi medievali e i check-point su ponti che dividono in due la città di Mitrovica.

La gente comune, però, sembra voler pensare a ben altro che alle tante ferite non ancora rimarginate. Senza bisogno di scomodare il passato, d’altronde, anche il presente non è certo avaro di problemi: la povertà, innanzitutto, non molla mai la presa. Due kosovari su tre sono giovani, e due giovani su tre sono disoccupati. E si tratta di una generazione istruita, cresciuta a contatto con l’Occidente. Ma l’Occidente, ai kosovari, tiene ancora le porte sbarrate – la liberalizzazione dei visti arriverà, prima o poi, intanto si aspetta. Nel frattempo i contingenti stranieri si sfoltiscono, e con la loro partenza l’economia traballa. L’unico settore che sembra andar bene è quello delle tangenti: recentemente le accuse hanno intaccato anche la reputazione di istituzioni internazionali, compresa l’Eulex, cioè la missione europea che dovrebbe guidare la transizione verso lo stato di diritto.

Questo è quello che mi raccontano, e che leggo, ma l’impressione è un’altra: saranno le facce giovani, o il fatto che senza volerlo incontro gente particolare, che si dà da fare in un paese in gran parte ancora da inventare, in cui tutto sembra possibile. C’è chi lo vede nella prima partecipazione alle Olimpiadi, chi nelle opere di cineasti promettenti. Io l’ho visto nella locanda improvvisata lungo il torrente ai piedi delle Alpi Dinariche. 

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Il cane sonnecchia incurante del kosovaro che gli dà dell’apprendista di aggressività. Intorno, i commensali stanno facendo un esercizio di scrittura creativa. Ognuno inventa un pezzo di storia, si scambia il foglio con il vicino, e continua quella dell’altro. Nascono racconti ingarbugliati, esilaranti, grotteschi e inverosimili, scritti in un inglese impossibile con grafia incerta nella luce traballante della notte. Ciascuno ci mette del suo, delle loro azioni di militanza e di volontariato in questa sperduta contrada montana – e le montagne selvagge, i loro orizzonti seghettati, i loro animali sfuggenti e perciò solo immaginati si inseriscono di forza nella trama. Nel Prokletije, letteralmente “montagne maledette”, dove attivisti e organizzazioni non governative vogliono costituire un parco transfrontaliero condiviso con Montenegro e Albania, si trovano così a scorrazzare personaggi effimeri e irripetibili, capaci di azioni ridicole e contraddittorie, ma in fondo unite da una visione comune. Portano le esperienze degli scienziati europei venuti a monitorare la lince balcanica, e dei kosovari che hanno ceduto al fascino di questo simbolo di una wilderness mai del tutto perduta, che l’hanno portata nelle piazze e nelle scuole; delle bestemmie di  un vecchio inglese, istruttore di sminamento, che inveiva contro i suoi connazionali il giorno del referendum sulla Brexit; delle infinite discussioni attorno al fuoco sulla jugonostalgia, condite, talvolta, dal vecchio inno Hej Slaveni strimpellato con la chitarra; dall’Europa che mostra ancora un lato buono finanziando progetti di un certo tipo, come quello che ha portato a riunirsi, al confine con la Macedonia, giovani provenienti da aree montane e remote a parlare di pace e di possibili vie sostenibili alla modernità.

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Quando è il momento di leggerle, c’è di che slogarsi le mascelle dal ridere. Le lucciole intorno, il cane e il torrente riaffiorano in continuazione, nelle coniugazioni più inverosimili – corrieri di droga, ballerine in un locale di Las Vegas, funzionari sulle terrazze di Pristina. Ma come un mazzo di carte, i fogli su cui scrivono queste storie si assemblano secondo un disordine circoscritto da regole semplici e condivise – sarebbe forse retorico esplicitarle, la voglia di prendersi in giro l’un l’altro e di immaginare futuri diversi. Futuri, si intende, liberi dall’emigrazione e dal nazionalismo, dalla distruzione del suolo e dell’aria. Sia come sia, la serata volge al termine ed è il momento di tuffarsi nel buio. Il vecchio e sua moglie restano a guardare i commensali finché non spariscono, lui fa un sorriso triste con gli occhi nascosti dalla visiera, lei gli dice qualcosa. Poi mettono via le bottiglie e puliscono il tavolo; quando il cielo inizia quasi a schiarire, la lampadina tremolante si spegne e non ci sono ormai più nemmeno le lucciole. Non visto da nessuno, il torrente scroscia verso la piana del Kosovo.

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