Il geografo Guccini

Non sono abituato né titolato a scrivere di musica ma farò un’eccezione per Guccini, un po’ per affetto e un po’ per gratitudine.

Guccini è un bestione affabile dal vocione tonante e la camicia a quadri, uno che non si smuove dal suo rifugio in Appennino e si vanta di spingersi raramente oltre Sassuolo. Per lui, ce l’ha ribadito infinite volte, viaggiare è inutile. Eppure è il cantautore che, più di ogni altro, mette in musica la geografia. Vediamo in che senso.
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L’odore delle sue strade di campagna, o del vino che impregna le sue stanze, lo sferragliare di tram e automobili su certe vie, non sono intercambiabili con altre strade, altre campagne, altri tram, altre vie. Le stanze dell’infinito argomentare di Guccini non pretendono di essere universali: i suoi luoghi sono quello che sono, concreti, unici, qui e ora. Il suo versificare non è forse abbagliante come le rime di De André, i suoi fraseggi non competono in effervescenza con il conterraneo Dalla, ma si impregnano di un’ostinata potenza tellurica, lenta ma inarrestabile nella sua capacità di insistere, indugiare e ritornare indietro, assumendo il ritmo di un discorso interminabile, ma solido, fermamente attaccato alla superficie del pianeta. Ed è qui, mi pare, uno dei segreti del suo inestinguibile successo in tempi come i nostri, smaterializzati, atemporali.

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Foto: Wikicommons

 

Nessuno come lui, tra gli autori della musica leggera, ha mai dedicato tanta attenzione alla descrizione, consapevole e metodica, dell’impianto stradale e della conformazione geografica e dell’atmosfera dei luoghi. Niente di sorprendente per uno che ha intitolato un album come il suo indirizzo di casa, e che, per compagno di concerti, si accompagnava con il più terragno e meno globalizzabile dei prodotti, il fiasco di vino.

Prendiamo l’inizio, geografico fino all’ennesima potenza, addirittura cartografico, della sua Bologna:

Bologna è una vecchia signora, dai fianchi un po’ molli
Col seno sul piano padano, ed il culo sui colli.

Ma questa è una canzone che si chiama come una città, è quasi ovvio. E’ anche la sua casa. Se l’Appennino pistoiese è il luogo delle radici, Bologna è il centro delle sue relazioni, degli amori, degli ideali politici e dei sogni artistici. Ma senza mai prendersi troppo sul serio:

Bologna per me è provinciale, Parigi minore
Mercati all’aperto, bistrot, della rive gauche l’odore

Provinciale, ecco una parola chiave dell’universo gucciniano. Nel senso migliore della parola: quello di non tendere all’astrazione ma rimanere letteralmente con i piedi per terra. Non nasconde l’accento, fa della erre moscia e del lambrusco emiliano un segno di riconoscimento, conserva il proprio punto di vista laterale, periferico, regionale.
Con una certa sfacciataggine, applica questo metodo anche in trasferta, in una città già cantata da una selva di grandi autori. Sto parlando, naturalmente, di Genova. Guccini la descrive in Piazza Alimonda, una canzone recente che narra le drammatiche vicende del G8. Anche qui l’approccio descrittivo, quasi cartografico, è evidente fin dall’inizio.

Genova schiacciata sul mare
sembra cercare respiro al largo verso l’orizzonte

Prendiamo, a confronto, una delle canzoni più tipicamente genovesi di Fabrizio De André, La Città Vecchia, descrive splendidamente la città dei carruggi, ma a lui usa Genova per generalizzare, per farne il mondo, anzi un universo:

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
Ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi

Guccini invece, anche all’apice della tensione che sta per sfociare nella mattanza dei manifestanti ad opera di polizia e di facinorosi, si sforza di ribadire che non sta parlando del mondo, sta parlando proprio di Genova, quella con il mare che riluce sotto il solleone, dell’Italia, quella delle doppie forze dell’ordine, carabinieri e polizia, neri e blu, dell’anno di grazia (si fa per dire) 2001:

Nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l’odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare.

Come ogni artista, intendiamoci, Guccini parla all’anima di ognuno di noi, non certo ai soli bolognesi o genovesi o a quelli che hanno condiviso con lui le passioni politiche degli anni ’70. Ma per farlo, vista la localizzazione precisissima che dà ai suoi versi, ha bisogno di un punto di riferimento. A svolgere questo ruolo c’è Pàvana, il suo rifugio nell’Appennino tosco-emiliano, dove affondano le sue “radici”, i suoi ricordi d’infanzia e la sua vita quotidiana in età avanzata. Pavana è il filtro attraverso cui vede non solo il mondo, ma giudica le azioni, i pensieri, le ideologie dominanti intorno a lui. Per dirlo con le parole sue, è semplicemente quel paesello mai scordato dove ritrovo ancora oggi quattro soldi di civiltà.

In Amerigo, forse la canzone più tipicamente gucciniana in assoluto, in cui si narra la storia di un suo lontano parente emigrato in America all’inizio del secolo, il riferimento alla lontana Pavana è esplicito. Lo stupore del povero montanaro alla vista della metropoli moderna è descritta così:

Non so che cosa vide quando la nave offrì New York vicino
Dei grattacieli il bosco, città di feci e strade, urla, castello
e
Pavana un ricordo lasciato tra i castagni dell’Appennino
l’inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello.

L’emigrazione è uno dei grandi temi ricorrenti dei nostri tempi, e lo è anche nei testi di Guccini, ma sempre dal suo punto di vista localizzato, quello dell’Appennino svuotato dalla povertà di un secolo fa e dall’incuria di oggi. Qualcosa mi dice che se anche ne scrivesse oggi non si azzarderebbe a entrare nei panni di un maghrebino o di un siriano (a meno che, s’intende, non si possa appoggiare alle pagine della Bibbia o di un romanziere); preferirebbe tenersi stretto il suo il suo provincialismo ostentato, che poi è paradossalmente quello che lo fa universale.

Lo spaesamento, non solo per chi emigra ma per chi sta fermo, è uno dei grandi temi di oggi, iniziato con la modernità e che galoppa alla grande anche nel mondo contemporaneo, comunque lo vogliamo chiamare. La tecnologia ha portato all’azzeramento delle distanze, alla messa in dubbio del concetto di luogo, all’omologazione delle abitudini e dei paesaggi. Guccini sa che questo mette l’uomo in una profonda crisi di identità da ben prima che l’espressione non-luogo diventasse d’uso corrente.

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Ferrovia porrettana. Foto Hotel Santoli

 

Lo strumento che ha messo il mondo sul cammino della smaterializzazione non è certo stato il televisore e lo smartphone: questi sono solo gli eredi di un processo simboleggiato perfettamente da una singola invenzione, la ferrovia. Il treno cammina sopra le campagne, regalando all’uomo l’illusione che il mondo sia solo una rete ai cui nodi si trovano le grandi città, gli uomini, che l’uomo sia infine diventato l’unico artefice del proprio destino. È per questo che La Locomotiva è una ballata epica ed epocale, nel senso che indica letteralmente il passaggio di un’epoca, oserei dire di un’era:

Sembrava il treno anch’esso un mito di progresso
lanciato sopra i continenti, lanciato sopra i continenti, lanciato sopra i continenti.
E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,
sembrava avesse dentro un potere tremendo,
la stessa forza della dinamite, la stessa forza della dinamite, la stessa forza della dinamite.

Il futuro sembra annidarsi proprio nei nuovi modi di rapportarsi allo spazio, in un modo che è spesso promettente ma anche minaccioso. L’uomo per quanto creda di poterlo dominare “con il pensiero e con la mano”, ne rimane spesso schiacciato.

Canzone per un’amica, la cui giovane protagonista sull’autostrada cercava la vita, ma ci ha incontrato la morte, è in un certo senso una versione privata della stessa storia. Inutile ribadire che Guccini simpatizzi con l’anarchico che ha dirottato il treno e soffra per la scomparsa dell’amica, così come è perennemente attratto,dal viaggio, ma si tratta di un’attrazione fatale e spesso delusa, e raccontata poi con il bonario e ironico pessimismo che lo caratterizza.

L’emigrante Amerigo ritorna deluso e invecchiato – quasi come il vero Guccini di altre canzoni, fuggito negli States per amore di un’americana e ritornato in malo modo – , così come il protagonista di Autogrill, preda di una passione appena immaginata per una cameriera, non può far altro che rimettersi al volante e obbedire al richiamo della strada bianca, stavolta con la coda tra le gambe. Allo stesso modo il viaggiatore di Argentina, sconfitto, si mette a fantasticare su come sarebbe stato nascere e vivere in quel mondo che ora, ne è cosciente, non può comprendere fino in fondo, né esserne compreso:

anche se prendi sempre delle cose, anche se qualche cosa lasci in giro,
non sai se è come un seme che dà fiore o polvere che vola ad un respiro.

D’altronde, ammettere che si possa trovare la salvezza dall’altra parte del mondo o volandoci sopra sarebbe abdicare al radicamento ai propri luoghi, che esattamente quel che fa di Guccini Guccini.

E’ solo stando fermi che si può fantasticare, desiderare e descrivere altri luoghi, luoghi immaginari o storici o anche reali, che si sono percorsi brevemente in un breve viaggio che non ha nulla di epico, però è immerso in un mare di suggestioni letterarie, quelle sì, veramente epiche. giovane_gucciniCosì le fascinazioni giovanili per gli indiani e i cowboy, almeno quelli che si trovavano in quell’America compresa fra la via Emilia e il west. Ma anche (ed è questo che ama questo blog) l’Oriente. E il caso della meravigliosa Bisanzio. Qui, forse più che in ogni altro pezzo, il sentimento di smarrimento davanti al susseguirsi delle epoche e allo scorrere del tempo è legato a doppio filo alla geografia della città sul Bosforo, sospesa tra due mondi e tra due ere. Sullo stretto al confine tra Europa e Asia,  il protagonista della canzone – protomedico, matematico, astronomo, forse saggio (come non vederci un alter ego del meditabondo Guccini?) – perché di alter ego si tratta, cammina stravolto

là dove si perde la terra dentro al mare fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più occidente.

L’Oriente, nella doppia veste di fatto geografico e letterario, si affaccia spesso nell’opera di Francesco, un’apparente contraddizione per uno che ha scelto di consumare la sua ispirazione tra le strade di Bologna e l’Appennino. Vediamo Asia


E l’Asia par che dorma,
 ma sta sospesa in aria l’immensa, millenaria sua cultura:
i bianchi e la natura non possono schiacciare i Buddha, i Chela, gli uomini ed il mare.

Siamo sempre lì, il solito scetticismo amaro, non fosse che non parliamo solo di persone, parliamo di posti reali. E non per prenderli a esempio, parliamo proprio di loro. Venezia, la vera Venezia, si è illusa di possederlo, l’Oriente, ma possederlo non si può. E adesso ne paga il fio, ritrovandosi a smerciarne una copia pacchiana intanto che muore e diventa, inesorabilmente, un non-luogo:

La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti,
che cercano in mezzo alla gente l’ Europa o l’ Oriente
e vedono alzarsi alla sera il fumo o la rabbia di Porto Marghera.

Io credo che Guccini conosca benissimo le sirene di Ulisse, il fascino di aerei e locomotive, la tentazione di Venezia. Ma si è legato stretto ai suoi boschi di castagno per non scivolare giù, al punto di vista di Pavana. Da dove, al mondo inventato del villaggio globale, lui dice addio.

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