L’altro referendum: la Republika Srpska

Tra Roma e Sarajevo ci siano in linea d’aria gli stessi chilometri che ci sono tra Roma e Torino, ma i Balcani sono terra sconosciuta. E anche lì si votano referendum inquietanti.

E’ da un po’ che i referendum sono al centro dell’attenzione – sarà che sono tempi irrequieti, e allora le decisioni prese dalle nazioni sembrano spesso, o vorrebbero sembrare, epocali. L’Ungheria che, a sorpresa, dà il primo schiaffo elettorale a una destra xenofoba finora in irresistibile ascesa in tutto il continente (una deriva che, fra l’altro, si era ritorta anche contro gli italiani nella recente votazione svizzera). In Italia, il primo ministro che si gioca il tutto e per tutto (compreso il senso del ridicolo, nella sua piroetta fenomenale sul ponte sullo Stretto, ma questa è un’altra storia), in vista del referendum che vorrebbe modificare pesantemente la Costituzione nata dalla Resistenza. Basta tornare all’inizio dell’estate per rivivere il l’agitazione dei giorni in cui la  Gran Bretagna  voltò le spalle all’Unione Europea mentre (sembrano ere geologiche ma è una manciata di mesi) la Grecia si illudeva di poter dire “oxi” all’austerità andando alle urne.

Anche gli Slavi del sud non sono rimasti a guardare. Poco più di una settimana fa si è votato in Republika Srpska, l’entità della Bosnia Erzegovina a maggioranza serba, e a guida politica decisamente nazionalista. Da noi si è parlato poco e male della vicenda: nonostante tra Roma e Sarajevo ci siano in linea d’aria gli stessi chilometri che ci sono tra Roma e Torino, i Balcani rappresentano un “hic sunt leones”  al massimo da sfiorare di lato, con i piedi a mollo sulle isole dalmate, o da consumare come fonte inesauribile di stereotipi e di musica con cui si balla bene. Bene, la Republika Srpska ha votato per un referendum, dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale e dalle istituzioni internazionali, con cui proclama un “Giorno Nazionale della Republika Srpska”. Una votazione che chiama in causa solo una delle tre “etnie” fondanti la Bosnia Erzegovina e che, visto il recente passato della regione, è stato concepito come un segnale pericoloso – in un contesto dove i politici corrotti e guerrafondai non hanno mai perso il potere, l’economia è in ginocchio da vent’anni e le sirene del jihadismo tentano i ceti musulmani più disadattati. In Italia la scelta dei media è stato: ignorare completamente questi eventi o al contrario, descrivere scenari che sembravano prefigurare la Terza Guerra Mondiale. Non faccio nomi, ma chi ha seguito la vicenda sa benissimo di cosa parlo. Qui, e dai link cui si accede, un’ottima sintesi.

La Replublika Srpska, come tutta la Bosnia, è un paese affascinante e contraddittorio, e nonostante quel che se ne dice, o non se ne dice, è più sicura di una media cittadina italiana o francese. E quindi sì, ci sono andato e ci sono ritornato più volte, e ci sono rimasto legato a doppio filo. Nei prossimi giorni pubblicherò un articolo su un viaggio a Višegrad, una cittadina sulla vecchia strada per Belgrado isolata dalle maggiori città da imponenti montagne, un luogo che grazie allo scrittore Ivo Andrić e al suo capolavoro Il Ponte sulla Drina è diventata il  simbolo della molteplicità culturale di questa parte del mondo ma che, paradossalmente, è oggi una delle roccaforti dei nazionalisti serbi. Il centinaio di chilometri scarso che la separa da Sarajevo sembrano in realtà il confine tra due mondi lontanissimi, tra il cosmopolitismo e il mondo pastorale, tra la città e la montagna, tra un centro talvolta arrogante e la periferia rancorosa. La sua potenza evocativa è così elevata che le fazioni serbe più oltranziste ne hanno fatto un luogo simbolo, Emir Kusturica (bosgnacco “convertito” alla causa serba) ci ha costruito un grande villaggio a tema, un’immensa scenografia  detta Andrićgrad, di cui i sarajevesi dicono pese e corna.

Ho pensato che un viaggio in questo punto nevralgico dei Balcani, da sempre cartina tornasole dell’Europa, avesse qualcosa da dire anche sull’altro. Restate in linea.

 

 

 

 

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