Pioggia sulla strada per Višegrad

 

È un paese di faide e di montanari, invidiosi di noi, di quello che rappresentiamo, perché mai dovrei venire con voi? Amil è un sarajevese che mi assomiglia in maniera inquietante, ed è innamorato della sua Sarajevo – me lo dice ridendo, davanti al povero pesce rosso che muove le pinne traslucide nella sua boccia al centro di un locale un po’ troppo hipster del centro città, sotto una luce giallognola che lo trapassa da parte a parte. Quando Amil prende il tram che dai caseggiati di Ilidža lo porta verso la città vecchia sente male allo stomaco – è l’amore, dice, e capisci che ti sta allo stesso tempo prendendo in giro e dicendo la verità, ma non capisci qual è il confine. Sarajevo è così, inutile resistere, anche se tratta male i suoi pesci rossi, dice. E voi che ci andate a fare a Višegrad, per quelli lì i pesci eravamo noi. 

Già. Perché? Forse perché rappresenta un altro confine, più netto di qualsiasi confine che appaia su una carta, o molti altri confini. Oppure perché prendere la strada di Višegrad non è difficile: inizia a due passi dalla Biblioteca Nazionale, quella che certa gente di casa a Višegrad ha dato alle fiamme, e da lì si infila in una gola oscura tra le montagne quando il vento ti porta ancora l’odore dei čevapcici di Željo e ti fa venire l’acquolina in bocca.

s-_kragujevic2c_andric_na_vest_o_n-_nagradi_1961E poi, naturalmente, c’è il ponte di Mehmet Paša Sokolović. Ma non il ponte di pietre, o non solo quello, quello fatto di carta e parole. Da quando Ivo Andrić pubblicò Il Ponte sulla Drina, capolavoro che gli fruttò il premio Nobel, Višegrad smise di essere una cittadina insignificante sulla vecchia strada per Belgrado, conosciuta solo per il suo grande ponte di pietra, preziosa costruzione di rara bellezza, quale non posseggono neppure cittadine assai più ricche e frequentate“. 

Con il romanzo divenne evidente che si trattava di un luogo in cui i simboli sono così evidenti da diventare un fatto fisico, fatto di pietre, dell’acqua di un  fiume irrequieto e della manciata di culture e di religioni che sono state gettate là, a convivere in una contrada sperduta.  Solo il Ponte può attraversare e le discontinuità e le fratture della Bosnia, ricucirle in un insieme unico e irripetibile. In Bosnia la geografia e l’immaginario si sovrappongono pericolosamente.

E così, ci mettiamo in marcia. Nuvole nere si addensano lungo la strada sulla Miljacka, dove Sarajevo finisce di botto, direttamente dietro il centro.

La prima macchina che si ferma la guida un ragazzone gentile di che lavora in un albergo frequentato da turisti arabi. Va a Pale, da dove lo psichiatra e sedicente poeta Karadžić coordinava il tiro a segno sulla città. Non fa in tempo a spiegarci che cosa ne pensa di questo confine invisibile – c’è la bandiera della Republika Srpska, va bene, ma non significa niente, ci sono entrato e uscito decine di volte dalla Republika Srpska, in altre città, e non si aveva certo l’idea di entrare in un altro mondo come qui – che è già ora di scendere. Al bivio di Pale piove che Dio la manda. Le automobili ci rovesciano addosso il fango delle pozzanghere, e i faggi convogliano le gocce lungo intricate vie arboree per versarcele in testa a intervalli imprecisi, appesantite e gelate. Finalmente un’Audi blu scura targata Serbia si ferma, per compassione o curiosità. Al volante c’è un uomo senza sorriso. Offre sigarette, si informa, e la macchina scalda, poi si mette a oscillare tra le curve e i tornanti come una nave tra i cavalloni. Ma i cavalloni sono strati rocciosi piegati e innalzati da forze telluriche, incise dai fiumi, morsicati da frane. Nei campi carsici affiorano sparuti villaggi all’apparenza deserti, non fosse che per le insegne che indicano i gommisti, i meccanici, e le čevapžinice con i poster di agnelli arrostiti allo spiedo. Piccoli cartelli sinistri e rocce imbrattate di rosso stanno a indicare un campo minato, dentro il quale gli arbusti, dopo un’attesa di secoli, riprendono possesso di un pascolo. Poi, di nuovo montagne, tornanti, gallerie scavate nella roccia viva spaccata in lastroni, che si aprono a svolte improvvise su laghi di selvaggia bellezza, è la Drina che indugia e si espande, che crea penisole di calcare sull’acqua azzurro cupo. 

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Mi sveglio sentendo frenare. Davanti a me c’è il Ponte. È un sogno? E’ grande, ma non è della dimensione incalcolabile della letteratura, si può misurare e percorrere in pochi passi. Splende anche nel giorno uggioso, forte dell’armonia perfetta delle sue arcate, ma le storie di cui è composto, i leggendari gemelli murati nel pilastro centrale, la bella Fata figlia di Avdaga che ispirava canzoni – bella sei, saggia sei, dolce Fata di Avdaga! – le balaustre su cui il giocatore d’azzardo giocò la sua ultima partita con il Diavolo in persona, si attraversano in un lampo, gelati dai fili di pioggia, pervasi da quell’atmosfera che sembra osservarti, ma non sai da dove: forse l’acqua irrequieta, o le montagne scure che la dispensano fin troppo generosamente. O forse è la cittadina, così minuscola e quasi sgraziata, così sproporzionata davanti al suo ponte. Qualcosa non quadra, qualcosa che ha un’aria quasi soprannaturale.

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Sia come sia, è inevitabile ringraziare il guidatore, e gettarsi direttamente sul ponte, perché non c’è altro che si possa fare. Senza il tempo di prepararsi, di aspettare che spiova, di trovare un angolo per pisciare e un chiosco per placare la fame. Ci si getta sul ponte come se fosse un ponte normale e ci si avventura nella cittadina.

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