Turista sarai tu

E se mandassimo in soffitta la parola turismo?

La prima volta che lessi In Patagonia di Bruce Chatwin rimasi deluso dalla sua aplomb britannica, e addirittura lo abbandonai dopo il paragrafo in cui definisce Che Guevara una persona sgradevole. Avevo quindici anni sì e no, e per me tutto era bianco o nero. Di sicuro non capivo l’ironia. Ma il mito del viaggio ce l’avevo già: quel biglietto, “Gone to Patagonia for six months” con cui si congedava dalla sua tranquilla esistenza borghese, sognavo di farlo trovare un bel giorno sul banco di scuola vuoto.

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Pian piano accumulai taccuini moleskine, e a volte proiettavo le vecchie diapositive di quel viaggio in Messico alla fine degli anni Settanta dei miei genitori, tra vecchie corriere assiepate, donne con in braccio tacchini e uomini con il machete, per farsi strada nella giungla selvaggia. Era letteralmente sognare a occhi aperti. Allora spostarsi significava viaggiare; sapevo che adesso era fin troppo facile, anche se io non l’avevo mai fatto. Quando finalmente feci il primo interrail, ero sicuramente un turista, però guardavo il termine con sufficienza. Da buon romano, d’altronde, avevo imparato a ridere di quelli che vedevo all’opera dalle parti del Colosseo. dsc_0049Non ci stavo a mettermi sullo stesso piano di quegli americani grassocci in fila dietro alle bandierine delle guide. Però notavo che molti di loro erano vestiti quasi da esploratori: camicia e pantaloni cachi, cappello alla Indiana Jones. Questo mi metteva a disagio. Stavano anche loro, in un modo patetico, cercando di sentirsi “viaggiatori, non turisti”? Sarei diventato, o forse ero già, anch’io come loro? Il solo pensiero mi raccapricciava, soprattutto quando mi accorgevo che persone molto più navigate di me, o semplicemente più sveglie e disincantate, usavano il termine senza problemi.

Negli anni successivi escogitai complicate definizioni per stabilire il confine tra il viaggiatore e il turista, tra quelli che comprano i souvenir più pacchiani e i viandanti ispirati che scarabocchiano i taccuini. Ma c’erano sempre dei termini intermedi che mi sfuggivano. Dove mettere il turismo responsabile e solidale*? Le marce a piedi? Avventure nel Mondo? Ci sono voluti un pugno di vagabondaggi, qualche libro e le analisi del paesaggio in cui mi sono imbattuto per lavoro, per capire l’ovvio: tra il viaggiatore e il turista non c’è limite netto. Entrambe le figure sono figlie illegittime del glorioso Grand Tour, quello di Goethe e dei poeti romantici.  7cdd293c9af5fbbac5a3c5615ea670a4Non solo: l’immagine che l’Italia ha di se stessa viene in gran parte proprio dal turismo: non c’è romano che non conosca canzoni, vanterie e film sulle inglesine alla fontana di Trevi; quanto alle Dolomiti, non fosse per l’interesse di facoltosi turisti ottocenteschi per le montagne fatte del minerale di Dolomieu, non avrebbero nemmeno un nome. E poi, persino certi chioschi turistici hanno una loro dignitosa bellezza.

Rassegnarsi al termine turista, quindi?

Io dico di no. Se persino Berlusconi poteva accusare i suoi avversari di essere “turisti della democrazia”, vuol dire che il termine è abusato. Vuol dire che turista ha assunto da tempo la connotazione di osservatore superficiale: fai un giro, un tour, e ritorni a casa. Chiusa parentesi. Certo, il turismo porta un sacco di soldi, ma in modo altamente distruttivo. La Terra, nel turismo di oggi, è una risorsa non rinnovabile. Non ci sono solo i veneziani si radunano sommessamente nei bàcari senza insegna per avere respiro da truppe di turisti tubanti. In tutto il mondo ci sono le osterie che chiudono, le botteghe che si riconvertono a spaccio di cianfrusaglie, gli affitti che vanno alle stelle. Gli abitanti che non se lo possono permettere compiono un altro tipo di viaggio, quello dai centri storici alle banlieues, o quello dell’emigrazione verso i paesi più ricchi e le grandi città. Persino le soffitte sfondate dei poveri vengono riconvertite in gallerie d’arte di artisti alla moda.

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D’altro canto, le periferie abbandonate, le montagne selvagge e spopolate, possono rivivere grazie ai forestieri che non pretendono di sapere in anticipo quello che incontreranno, che vogliono esplorare i sentieri e sono pronti a cambiare idea e itinerario. Quelli che non viaggiano sopra il paese ma entrandoci dentro (non è detto che l’abbiano capito: nemmeno gli abitanti, spesso, conoscono la strada di casa. È l’atteggiamento che conta). Questo contributo non è solo un travaso di soldi ma di idee, di geni e di persone (c’è chi ci si trasferisce, già). Magari i foresti portano idee balzane che cambiano le destinazioni, magari le rovinano, ma solo per un certo turismo il mondo è una cartolina immobile.

Oggi, chiamare tutto questo “turismo sostenibile”, da affiancare ad attivismi vari e volontariato, cioè metterlo sotto lo stesso ombrello dell’altro turismo, quello che omologa e spolpa, mi sembra uguale a sminuirlo, a delegittimarlo. Significa anche sminuire il mondo, in un tempo in cui abbiamo scordato di quanto sia grande e imprevedibile.

Io ci provo, a lanciare la mia proposta: mandiamo in soffitta la parola turismo. Camminando, facciamocene venire in mente di nuove. Turismo crea confusione, e tarpa le ali di quei ragazzini insopportabili, quelli come me a quindici anni. Che tutto sommato avevano ragione.

* Sul cosiddetto “turismo solidale” urge fare una precisazione. Come segnalato da Viaggiatore Critico in questo articolo tagliente ed esatto. E’ (spesso) una stucchevole forma di colonialismo, di orientalismo, una sindrome da Madre Teresa part-time. Secondo me non contraddice il mio discorso: turismo significa troppe cose e anche il loro contrario. Se togliessimo la parola “solidale” il termine turismo sarebbe meno ipocrita. Se eliminassimo l’idea che quel che si va a fare cooperando sia turismo, forse, renderemmo queste azioni meno ipocrite, e magari servirebbero davvero a qualcosa.

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6 thoughts on “Turista sarai tu

  1. Ciao Marco,
    come promesso, sono tornata. Bellissimo post. La tua riflessione spiega perfettamente quello che vuole essere il motto del mio blog: non conta il viaggio ma il punto di vista. Anche io come te sono cresciuta a Roma guardando di traverso i turisti stranieri vestiti come Indiana Jones. Detesto questa continua caccia al suvenir pacchiano e alla foto come trofeo. Questo turismo che ammazza il territorio e distrugge il lavoro. Io mi sento nonostante tutto una piccola viaggiatrice, anche quando mi avventuro in qualche città italiana solo per il weekend. Ci provo: provo a guardarmi intorno, a fare domande, a conoscere le abitudini delle persone, la loro cultura. Bisogna essere curiosi, mettersi in discussione, farsi sempre delle domande e non contribuire (per quanto possibile) all’economia distruttiva di un turismo massivo e snaturante.

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    • Grazie del contribuito… in effetti con turismo solidale non avevo pensato a questo atteggiamento orribile che descrivi tu… e che è verissimo. Forse sono io stesso che l’ho confuso con un’altra cosa… modificherò il testo in turismo responsabile. Sull’accapigliarsi su un vocabolo, non lo vedo come sottigliezza: la parola turista adesso implica fare qualcosa di scarsa importanza, un’evasione temporanea. Lo vedo anche come un modo di essere presi sul serio. Ma certo la spocchia di chi si autodefinisce viaggiatore è anche più irritante. Per cui sì, bene non accapigliarsi, ma neanche farsi mettere addosso da altri facili etichette.

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