Pioggia sulla strada per Višegrad. 3

(Prima parte. Seconda parte)

Ci sarebbero tanti motivi per non andare ad Andrićgrad, il villaggio costruito da Emir Kusturica per celebrare le glorie dello scrittore jugoslavo, della nazione serba, e, già che c’era, le sue. Si trova là dove la Drina riceve il piccolo Rzav, separato da Višegrad da una cinta muraria e una torretta di guardia sfacciatamente false e una porta maestra aperta su un grande parcheggio vuoto. Quando il tempo non è da lupi, sarà pure una destinazione turistica all’avanguardia, come dichiara la brochure che abbiamo trovato, con una scuola di cinema e una di letteratura, il palazzo ottomano, la chiesa ortodossa, una statua di Tesla, i buoni valori della campagna e l’impegno a rivitalizzare una contrada di periferia spopolata. milkySarà, ma adesso sembra di camminare in un ipermercato il giorno prima dell’inaugurazione, tra i teloni di plastica di scompartimenti ancora da ultimare e i palazzi deserti. Davanti al ponte che tutto ha visto e che i lettori di tutto il mondo hanno immaginato, il marmo della città di Kusturica sembra fatto di cartapesta, anzi, un grande castello di carta. Un set cinematografico.   

 

 Poi ci infiliamo in una porta aperta e di colpo diventa notte. Un filo traballante di lampadine colorate, appeso a due alberi storti, illumina i tavolini di una trattoria all’aperto apparecchiati con una tovaglia alla buona. È proprio un set, neanche a dirlo, ed è l’unica cosa sinceramente autentica. Ci hanno girato Sulla via Lattea, l’ultimo film del regista bosniaco convertito alla causa serbo-bosniaca. Qui si deve essere consumata una di quelle scene alla Kusturica, vale a dire “balcaniche”, che nutrono l’immaginario di noi occidentali: amore, kalashnikov, musica, ovvero il mito della terra insanguinata e poetica, orgiastica e irredimibile. Prima che i bosniaci me ne dicessero peste e corna, questo fascino chiamava anche me, e forse, chissà, è anche questo che mi ha portato la prima volta da queste parti. Allora ci vado piano con le generalizzazioni. Mi prometto di vedere il film.

Ad Andrićgrad c’è anche una libreria, con decine di volumi esposti in piedi sopra a un grande tavolo proprio al centro. Eva afferra i Racconti di Sarajevo, ne legge la quarta di copertina, lo rimette giù. Il libro oscilla in avanti e indietro, passano un paio di secondi, poi cade. 2016-10-20-00_17_49-cortanaCade su un altro libro che ne fa cadere un altro, e ancora uno. In un pochi istanti vengono giù le Cronache di Travnik, e Il Ponte sulla Drina naturalmente, in edizione tascabile e in edizione deluxe; capitolano anche le Opere Complete, le biografie, pure i romanzi di Meša Selimović, le poesie di Danilo Kiš… tocca anche al libro di Kusturica – Sto jada, cento dolori. La commessa con le mani nei capelli ci chiede di non aiutarla, per carità, ma mentre ce ne andiamo imbarazzati sembra che anche Andrićgrad, pezzo per pezzo, stia crollando come un castello di carte.

Lasciarsi Višegrad alle spalle non è facile. Le macchine non si fermano, i loro fanali gialli sembrano occhi che ci guardano male. Il ponte davanti a noi emana il richiamo sinistro dei suoi personaggi, fantasmi che ci rimproverano di non essere entrati in sintonia con la città, di non esserci sforzati abbastanza. Appare un puntino incorniciato sotto una delle sue arcate, sembra un cane che arranca ma è solo un tronco che la corrente trascina via.

Quando il camion accosta, ci troviamo in una cappa fatta di sedili, di lamiera e di vetro e riempita di fumo. I camionisti, due giovani di Travnik, si lamentano degli orari massacranti e della paga misera, scoppiando ogni tanto in risate gentili, al suono del turbo-folk. Oltre il vetro scorre la strada che costeggia la Drina, le sue montagne selvagge, i massi di Butko, i villaggi sospesi a mezzo versante, le gallerie in roccia viva. Noi boccheggiamo dentro la cappa. Presto saremo a Sarajevo.

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