Alluvione del 1966: non solo Firenze. A Trento una mostra suggestiva sulla difesa del Territorio

Era il 4 novembre 1966, e pioveva che Dio la mandava. image_gallery1966I fiumi delle Alpi Orientali ribollivano e gorgogliavano, gonfiati dai torrenti che ruggivano nelle valli di montagna, a loro volta ingrossati dalla pioggia che cadeva da giorni e dalla neve che si scioglieva in massa. Lontano, sulla costa, un Adriatico anch’esso in piena ostruiva le foci.  A Venezia un’acqua alta così non si vedeva da tempo, come un sinistro presagio di quello che stava per accadere in molte altre città. Iniziava l’alluvione più devastante dell’ultimo mezzo secolo, che avrebbe colpito l’Italia dal Friuli all’Umbria, anche se oggi, generalmente, ci si ricorda solo di Firenze. In tutto, centotrenta morti, ottantamila sfollati, interi paesi da ridisegnare, e beni artistici e culturali inestimabili persi per sempre o salvati all’ultimo momento con eroismo. Ma se a Firenze gli angeli del fango segnavano la nascita di una lunga stagione di passioni civili, anche nelle montagne del Trentino l’esperienza dell’alluvione era destinata a lasciare una traccia indelebile.

Ce lo racconta una mostra nelle Gallerie di Piedicastello, a Trento. Un’esibizione che riesce ad essere due cose insieme: complessa e suggestiva. Una qualità rara in un campo, la divulgazione di temi geologici e connessi ai rischi naturali, particolarmente difficile da raccontare. Il luogo della mostra, tanto per cominciare, merita di per sé una visita: Per “gallerie” non si intende un luogo astratto di esposizioni, ma delle gallerie vere e proprie, cioè i due trafori in cui scorreva la vecchia tangenziale.

Sopra si staglia il Doss Trento, quel rilievo a forma di cilindro inconfondibile nello skyline della città, e nel suo immaginario: è il colle consacrato agli Alpini e all’Irredentismo, con il monumentale colonnato  dedicato a Cesare Battisti.  Le sue rocce calcaree sono fittamente scavate da cunicoli e perforazioni testimoni delle necessità militari e civili di un capoluogo stretto nel poco spazio  strappato alle montagne.  Nella galleria della strada militare un’enorme statua di Santa Barbara protegge chi scava e chi maneggia esplosivi; n quelle occupate dal Museo Storico si respira un’aria umida e si sentono risuonare i propri passi. Quella delle grandi mostre è buia come una grotta.  

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Che la mostra non punti sulla spettacolarizzazione  degli eventi tragici si vede già dal titolo: Novembre 1966. Storia della difesa del territorio in Trentino. L’alluvione rientra cioè nel tema più complesso del rapporto tra l’uomo con il suo territorio. A cominciare dal rendere esplicito che la cosa apparentemente più “naturale”, cioè l’acqua che scorre in fiumi e un panorama di montagna, è in realtà il risultato di un paziente negoziato tra uomo e natura condotto nel corso dei secoli. L’Adige, una presenza così costante in Trentino, era una volta altro fiume: scorreva in meandri attraverso una piana paludosa, lambiva il centro storico delle città, percorso da chiatte cariche di legname, toccava i panni delle lavandaie e i  ragazzini che ci si tuffavano.

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Il vecchio corso dell’Adige serpeggia ancora in una carta austro-ungarica stesa su gran parte dei trecento metri dell’esposizione, su cui degli inserti mostrano gli interventi messi in atto nei secoli. A Trento, proprio in Piazza Duomo, scorreva un torrente pericoloso, il Fersina, che già nel Medioevo fu allontanato dalla città, poi ancora, poi ancora, mano a mano che l’abitato cresceva. L’addomesticamento dell’acqua è ruvidamente esposto in cifre: diciottomila briglie, cinquecentomila metri di argini, serrate, viminate, canali scolmatori, bacini artificiali, dighe, idrovore. Altro che la “natura incontaminata” che hanno in mente le migliaia di turisti che in questi giorni affollano i mercatini di Natale: le montagne trentine sono tra le più manomesse e antropizzate al mondo, dal fondovalle al limitare dei ghiacciai. Una volta entrati nella consapevolezza che il rapporto con un territorio difficile è un po’ meno che intuitivo, si può parlare di alluvioni. La serie degli eventi principali, innanzitutto, che si perde nel tempo: 1823, 1882, 1894. Solo ultimo viene il 1966. Entriamo in uno spaccato della vita quotidiana, tra titoli di giornale dedicati a Mao, le Fiat 600, gli aspirapolvere e i frullatori… fino alle foto dell’evento che la sconvolse: i villaggi devastati dalle frane, i soccorritori in barca nelle vie del centro storico, i cestini di aiuti tirati su dalle finestre, e i giornali appena dati alle stampe. Un titolo dell’Adige è tanto pleonastico quanto evocativo: “Trento è un’isola. Il dramma più tragico dal 1882“.

Ma perché il 1966 ha segnato la storia in Trentino? In un certo senso, si capisce anche da questa mostra, cioè dal fatto che sia qui ma non altrove. Da quel momento, infatti, la Provincia Autonoma ha fatto della tutela del territorio uno dei suoi cardini.  L’alluvione infatti ha innescato un cambiamento istituzionale e gestionale senza precedenti, forte anche dell’autogoverno e della possibilità di disporre finanziamenti. Non che i problemi si siano risolti da un giorno all’altro, intendiamoci: basterebbe il disastro di Stava, che nel 1985 uccise 268 persone, per mettere a tacere ogni idealizzazione. Non c’è dubbio nemmeno che con i criteri d’oggi gli interventi di riduzione del rischio effettuati con una mano tanto pesante sarebbero considerati uno scempio, ma i tempi cambiano. E’ la consapevolezza che resta. Sarà per la mentalità testarda di montanari, e per un attaccamento alla casa che è sconosciuto in altre regioni ma 20161215_112326bin Trentino, e non altrove, l’attenzione al territorio non è limitata al campo degli specialisti; si è diffusa capillarmente in ambiti diversi. Si vede in agricoltura, nel fatto che qualcuno abbia impedito la la cementificazione selvaggia che ha distrutto il vicino Veneto, si vede nell’educazione e nei musei (è di questa settimana la Landscape Week, organizzata da vari enti trentini). Si ascolta, semplicemente, parlando con la gente comune.  Non che tutto questo sia “merito” del disastro del ’66: piuttosto è una cartina tornasole. Qui si ricorda, altrove la memoria è breve.

Il merito più grande di questa mostra, però, non spetta ai pur bravissimi realizzatori, ma al questa terra, la sua anima montuosa si presta benissimo allo scopo.  Ci obbliga a riflettere sui nostri spazi, a vedere che il territorio, il paesaggio,  non è uno sfondo immobile delle attività umane, ma che si trasforma in parallelo con noi – città e montagne, strade e torrenti, fabbriche e boschi – in un equilibrio precario. Dalla pianura, invece, non c’è visuale, e che ci sia un equilibrio lo scopriamo solo quando si rompe in maniera disastrosa.

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