Dove finisce Roma

Alla Fiumara do’ ce sta er baretto
Fra le reti e le barche abbandonate
E ‘r cielo griggio a facce su da tetto.”

E. De Angelis

In inverno è perfettamente evidente che Roma è una piovra che si dirama sulle sue consolari, e i due tentacoli seguono i bracci del Tevere per farsi schiaffeggiare dal mare che infuria sui frangiflutti. La risacca trascina via la sabbia vulcanica animando di vita insperata le buste di plastica e i galleggianti, mentre il vento fa lo stesso con le erbacce, muggisce sui frigoriferi abbandonati, sulle fermate dell’autobus corrose dalla salsedine.

È qui che inizia o finisce Roma.

Ma non d’estate, quando la città colonizza la sua costa con una patina tranquillizzante che odora di creme solari e appiccica come i cremini che si sciolgono al sole: è d’inverno, quando le maglie di Totti si sfilacciano appese ai timoni dei pescherecci e il libeccio trascina verso la città un’umidità che fa indolenzire le ossa. In quelle giornate brevi la lamiera ulula sui cantieri navali, le scaglie di vernice si staccano dagli scafi in secca, le sartie delle barche ormeggiate cigolano e ondeggiano.

A volte il maltempo compare all’improvviso oltre le luci delle petroliere e fa ribollire le darsene, investe le boe con una pioggia salata e sbarra la strada alle acque del Tevere. Si distinguono allora chiaramente le due entità liquide, quelle lisciate dalla corrente del fiume, oleose e marroni, e il mare irrequieto che le sovrasta.

Alle due fauci del fiume sono raccolte le baracche, con le strade allagate, di terra e calcinacci, messe là dai diseredati della Roma rapace del dopoguerra. Adesso, mi dicono, ai baraccati nostrani si sono sostituiti i rumeni – ma a Roma, dire rumeno significa tutto e niente – . Di sicuro c’è una bambina con i capelli neri e un sorriso furbissimo, libera di avere una spiaggia piena di oggetti misteriosi tutta per sé. Scompare in una porticina dentro un cortile, vegliato da un’edicola di cemento prefabbricato che riproduce un’improbabile natività, un Padre Pio camuffato da Giuseppe e una sbiadita madonnina di gesso. A passarci ci si sente come dei topi d’appartamento in un’intimità familiare abusiva. E infatti un uomo una volta ci ha minacciato: un pugno sulla lamiera dell’auto e il classico “cazzo ti guardi, bastardo”.    

Al mare d’inverno, quando faceva brutto, ci venivo spesso con mio padre, nelle brevi ore di luce dopo il pranzo della domenica pomeriggio, dopo le arance e il caffè, prima dei compiti. Un giro in macchina per respirare la mareggiata e ricavarne misteriose energie. Mezz’ora di via Portuense ed era già un altro mondo. Non avevamo una predilezione per le baracche, il più delle volte l’accogliente canale di Fiumicino pieno di pescherecci andava benissimo, ma una volta finimmo in un baretto della Fiumara. Il bancone era dietro a una finestrella che dà sulla strada, per vendere i gelati ai passanti nella bella stagione. Ma adesso non c’era nessuno: solo una vasta sala semibuia, con un gruppo di vecchi che giocava a briscola biascicando battute oscene. Tiravano giù vino casareccio o caffè riempiendo di cicche il portacenere sotto la lampadina già accesa. Un uomo a metà fra il lupo di mare e il romano dei bassifondi si alzò dal tavolo per servirsi da solo, sollevando il sopracciglio per chiederci che se prendevamo qualcosa. Ci parlò messo un poco di traverso, alla maniera dei romani che vogliono far mostra di spavalderia e scetticismo. Il barista, ci disse, era andato a polpi, ma poteva fare lui. Un vecchio catarroso aggiunse che quello i polpi non era capace di prenderli neanche a trovarseli nelle mutande, e intanto la presa la fece il suo compagno, a carte. L’aveva visto, il polpo, il giorno prima in un punto preciso dei frangiflutti, spiegò l’uomo in piedi, ma gli si era rintanato sotto uno scoglio. E sì che non doveva sorprendere, quell’acqua pullula ancora di vita, e quelle spiagge, una volta, il mare non se le era ancora mangiate. C’erano cannolicchi e telline – “il mare è mare, eh”. Ce ne andammo, accompagnati dal mugugno dei due che stavano perdendo. Mio padre mi spiegò delle bilance dei pescatori, grossolani trabucchi che, per quanto ne sapeva lui, erano dell’Adriatico, ma un tempo alla foce del Tevere spuntavano come funghi, e il padre di un suo vecchio collega ne aveva uno. Adesso erano solitari e scrostati come costole di balene spiaggiate.

Per me, l’omicidio di Pasolini si confondeva con quello di Lella, quella ricca, della canzone di Edoardo De Angelis. Una storia di turpe romanità, eppure poetica, fatta di gente – m’immagino – che si mette un po’ di traverso, alla maniera del bar di Fiumara, di chi non si stupisce e non si illude di nulla. Lella si stufa, semplicemente, di far l’amore con il suo amante, specie d’inverno, sul litorale abbandonato. L’amante la uccide, e l’assassino ci torna spesso, senza rimorsi, a guardare il mare. Io credevo all’epoca che idealizzare un mondo che puzzava di marcio non fosse idealizzare, ma non avevo capito nulla. Questa canzone, Lella, l’avevo sentita innumerevoli volte fin dall’infanzia, senza sapere che fosse. Un giorno mi presentarono un uomo bonario ed enorme – è Bud Spencer? Sentivo dei ragazzini indicarlo dietro di me. “Edoardo”, si presentò, gentile. Poi lo chiamarono sul palco e suonò questa canzone.

L’assassinio di Pasolini è un’altra storia, è una storia vera. Ha una storia anche il suo monumento, equidistante da quel mare marrone, dalle baracche e dai tentacoli della speculazione edilizia che sono arrivati alla costa e poi proseguiranno, presumo, fin sotto il mare. Prima la ruggine e l’abbandono, immortalato da Nanni Moretti in un’indimenticabile sequenza di Caro Diario – adesso un fragilissimo fazzoletto di macchia mediterranea recintato, ufficialmente perché è area protetta, in realtà perché i vandali fascisti sono sempre in agguato. “Ma il mare è mare”, dice l’uomo del bar di Fiumara, e tutto sommato è ancora vivo.

NOTA: Ho rispolverato e riadattato un vecchissimo scritto, di quando ero molto più ingenuo di oggi.

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