La bufala del nazionalismo no-global

Ovvero: chi vuole chiudere le frontiere non combatte la globalizzazione

Mi occupo di territorio, di paesaggio e di geografie non solo per passione, ma, di traverso, fortunatamente, per professione. Mi è perciò capitato di leggere qualcosa su determinati argomenti oltre che viverli in prima persona. Mettiamo però in chiaro da subito che non sono uno storico né un politologo. Vi prego perciò di indulgere alle inesattezze terminologiche, ma allo stesso tempo, sono convinto che la sostanza sia giusta, e che sia necessario insistere.

mexico-border

Veniamo al dunque: i confini stanno tornando di moda. Si sprecano le nostalgie di frontiere ermetiche, si mettono su muri, recinti, si vagheggiano deportazioni e violenze, e poi le si mettono in pratica. Proliferano termini militareschi come invasione, assedio; la paura dell’ignoto in tempi di grandi cambiamenti ha trovato un facile, e fragile capro espiatorio: il rifugiato, il migrante, il musulmano –  usando questi termini come sinonimi, oltretutto. Ma questo già lo sa, scommetto, chi ha la pazienza di leggere questo blog, quindi passiamo oltre.

Si sa anche, bene o male, che queste moltitudini impaurite e impoverite, messe alla prova da crisi,  globalizzazione e liberismo,  votano e agiscono esprimendo una legittima rabbia, sia pure indirizzata in modo grossolano, per non dire confondendo la vittima con il carnefice. Capita spesso di leggere, nei commenti degli arrabbiati, che siamo di fronte a una reazione all’omologazione culturale portata dalla globalizzazione, dalla trasformazione del mondo in una protesi del sistema finanziario, e tutte le perdite connesse, compresa la perdita di diritti fondamentali nel welfare e in certezze molto più intime – l’identità, insomma. Il classico “dove siamo? Dove stiamo andando?” -. Questo disagio, un tempo esplicitato solo da movimenti di sinistra, rimaneva per le masse qualcosa di rimosso. Adesso è venuto a galla ed è diventato maggioritario. Ma in una forma per niente nuova e diametralmente opposta: un revival  in versione tecnologica del nazionalismo.

Ecco quello che non è entrato nel sentire comune: il nazionalismo non è solo  un’ideologia guerrafondaia e pericolosa, ma non è per nulla in contrasto con l’omologazione portata dalla globalizzazione. Anzi, il nazionalismo è, storicamente, una delle forze omologanti più potenti che ci siano.*

Un’idea tutta moderna

Sfatiamo qualche mito. Lo Stato-Nazione è un’idea della modernità, collegata all’adozione, da parte delle classi di governo occidentale, della scienza nel suo periodo più riduzionista. Nasce dal presupposto che un territorio si possa astrarre come uno spazio indifferenziato, un gigantesco piano cartesiano, misurabile con righello e compasso su una carta geografica costruita matematicamente. ** Si tracciano confini seguendo paralleli e meridiani e altre proprietà geometriche,  come la linea spartiacque. Il passo successivo è quello di omologare quello che c’è all’interno, da un estremo all’altro. Una sola lingua (idealmente, senza dialetti, come nel più centralizzato degli Stati storici, la Francia), una sola cultura, una sola religione, una capitale. Dal deserto alla montagna, dalle Alpi al mare,  un solo tipo di usanze, un unico mito fondativo, una cucina, una musica, un modo di essere. E poi le  infrastrutture che convogliano merci ed intelligenze verso la capitale, che ricambia esportando colletti bianchi ed eserciti. Non è un sistema venoso, che passa attraverso il territorio:  le grandi strade, la ferrovia, l’alta velocità e oggi l’aereo sono appoggiati sopra al territorio, lo sottomettono, non ci interagiscono mai veramente. Perché la nazione è uno spazio costruito a tavolino, che per essere efficiente deve interagire con il mondo reale il meno possibile. Non c’è nulla di “naturale” negli ordinamenti della società umana, ma la nazione omogenea è più artificiale di altri: perché “per natura” , generalmente, i popoli non si insediano su confini precisi, ma si spostano, seguono la convenienza delle stagioni e del territorio, si mescolano in base alla necessità o semplicemente alla preferenza. Visto che nessuno Stato nasce perfettamente nazionale, bisogna allora farcelo diventare. E qui entrano in gioco gli strumenti dell’omologazione. Fanno più rumore le armi e le deportazioni forzate, ma altrettanto efficaci sono la burocrazia, le comunicazioni, specie  di massa, e la leva dell’economia (vi siete mai accorti che le capitali “succhiano” abitanti dalle periferie depresse?).

A Sud del Brennero

I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.

Benito Mussolini, 1920

Il mito geometrico dello spartiacque, cent’anni fa, ha portato al sacrificio di centinaia di migliaia di uomini secondo il concetto che, dato che a Sud del Brennero i torrenti scorrono verso il Mediterraneo, dovesse rientrare nei “sacri” confini italiani, poco importa se le popolazioni di quelle parti l’italiano non sapevano neanche cosa fosse. Più a oriente, a Trieste, una città  anche e soprattutto italiana, ma irriducibilmente multietnica, ha visto nell’italianizzazione forzata degli slavi e nell’amputazione del retroterra asburgico un freno micidiale. Non c’è bisogno di ricordare l’incendio del Narodni Dom, l’italianizzazione forzata degli slavi, la fuga dei tedeschi, e naturalmente le ritorsioni ai danni degli italiani e l’esodo istriano, nonché l’assordante assenza degli ebrei. Casi isolati? Piuttosto, la norma. E’ solo che altrove le omogeneizzazioni sono riuscite meglio, per questo non se ne parla più. Tutti i popoli montanari, se le capitali non ci mettessero confini in mezzo, vivrebbero naturalmente sui due versanti. Dalle nostre parti occitani, ladini, mocheni, walser… – ma anche baschi, albanesi, ruteni, osseti, armeni, circassi… –  L’unico paese alpino che non è stato sfregiato dal mito dello spartiacque è la Svizzera, che guarda caso è anche uno stato multinazionale, e anche il più prospero di tutti. Quando invece la geometria impone ai territori remoti di diventare frontiere, iniziano lo spopolamento, il ricambio forzato, la violenza, la disoccupazione. La morte della diversità.

La balcanizzazione dei Balcani

L’altro esempio, dei tempi nostri, è la “balcanizzazione” dei Balcani.  Ovunque, dove il mito del nazionalismo è arrivato tardi, le popolazioni erano mescolate, ma qui più che altrove. Italiani nelle città di Istria e Dalmazia, greci sul mare, nei commerci e nella Chiesa, ebrei nel commercio nelle città, notabili turchi, contadini morlacchi, rom, e naturalmente gli slavi di lingua e religione diversa, nelle città come nelle campagne. Non è che fosse perfetto, ma la ricchezza e la diversità di queste terre non divise da Stati-nazione non aveva pari. Giunto tardivo, in un punto nevralgico, il nazionalismo ha portato straordinarie portate di violenza e un’ondata livellatrice inaudita, iniziata un secolo fa e proseguita fino ai giorni nostri.

Secondo confini fittizi, tortuosi e del tutto arbitrari, sono nate le repubbliche dei Balcani, risultato di pulizia etnica e assimilazioni forzate.   Forse le nuove entità nazionali rappresentano una barriera al vento gelido della globalizzazione? Naturalmente no. Il 43% degli abitanti della Bosnia “ricalcolata” secondo criteri di appartenenza nazionale è stato costretto a emigrare. Anche all’interno dei confini, la globalizzazione galoppa: multinazionali arabe e turche si comprano pezzetti della Bosnia musulmana – un disinvolto land-grabbing nel cuore dell’Europa -, le élite russe tengono in scacco i governi dell’entità serba, i Mac Donald’s soppiantano le čevapžinice,  e il vicino litorale dalmata è diventato quasi un villaggio turistico vivibile solo per gli stranieri più facoltosi.

Si potrebbe discutere dei tanti modi per combattere l’omologazione del pianeta Terra e la marginalizzazione delle periferie; una lotta dura e fondamentale che lascia tanti interrogativi, e che vede nella tecnologia moderna un’arma che può essere usata sia a favore che contro la causa. Ma qui mi limito a dire quello che non si deve fare: costruire muri e ripristinare frontiere. Soffiare sul fuoco nazionalista è solo un passo nella direzione dell’omologazione, il sogno cupo di un mondo suddiviso in particelle identiche  degradato ad immensa periferia di entità centrali, tutte uguali e tentacolari.

* Non voglio discutere storicamente sulla costruzione degli Stati moderni, mi limito a segnalare il “lato B” di questo processo che viene spesso sottaciuto. E notare che non ho neanche parlato del colonialismo, sulla cui violenza, mi auguro, siamo tutti d’accordo. 

**sul legame indissolubile tra spazio moderno, matematica e invenzione dello Stato-nazione e modernità v. Franco Farinelli, di cui paro anche qui. Sui confini orientali dell’Italia e sui Balcani la letteratura è sterminata; visto che si gioca in casa, consiglio un più istruttivo giro di persona.

 

 

 

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3 thoughts on “La bufala del nazionalismo no-global

  1. Congratulazioni per l’importanza e la ricchezza del tema sollevato che ritengo necessario nel dibattito culturale contemporaneo. Mi trovo assolutamente concorde col denunciare quanto e come il nazionalismo sia una forza omologante e le argomentazioni che porti a sostegno di questa tesi sono assolutamente convincenti. Mi sento di intervenire sul discorso riguardante l’omologazione causata dalla globalizzazione che, pur non essendo l’oggetto specifico del tuo post, ritengo sia un argomento complesso che meriterebbe una riflessione più approfondita. Il problema, a mio modo di vedere, è cosa intendiamo quando parliamo di ‘globalizzazione’: a mostrarsi infatti deleteria è un certo tipo di globalizzazione appunto quella prodotta dal ‘turbocapitalismo’ che nella sua forma ideologica particolare, appunto ‘neoliberista’, mira all’estinzione dello Stato-nazione in favore di uno scambio e mercato il meno possibile regolati o limitati da ‘autorità terze’. Inoltre nella dinamica stessa della globalizzazione andrebbero distinti due processi che *non* vanno sovrapposti o confusi: quello appunto dell’ ‘omologazione’ e quello della ‘standardizzazione’. Il primo è certamente quel processo guidato ‘dall’alto’ che descrivi mentre il secondo è fondamentalmente una forza che emerge ‘dal basso’ per così dire spontanea. Solitamente il beneficio degli standard condivisi è che riducono i costi delle interazioni tra imprese e persone che vi aderiscono, un esempio molto concreto che riguarda la quotidianità è la porta usb dei nostri dispositivi, uno standard tecnologico che si è imposto semplicemente perchè conveniva a tutti (produttori e consumatori). C’è poi lo standard per antonomasia che è il linguaggio umano il quale ci permette di creare reti in cui comunicare e scambiare idee complesse, coordinare azioni, e stabilire relazioni di diverso tipo. Ora, se nel mondo emergono degli standard condivisi non è un male, anzi ciò contribuisce al progresso umano, quello che produce effetti negativi è l’imposizione di modelli culturali, religiosi, economici, etc. alle persone e comunità che sono costrette ad adottarli per legge o per sopravvivere. Allora dobbiamo stare attenti a non identificare, in maniera semplicistica, la “globalizzazione tecnologica” con quella “capitalistica” di stampo neoliberista che ha livellato il mondo con mercificazione e sfruttamento intensivo e che cerca di ricavare profitto da qualsiasi cosa (certo lo ha fatto utilizzando anche la tecnologia che però è da vedere appunto come mezzo e non certo causa ultima di tale omologazione…). E’ comprendendo questa fondamentale distinzione che possiamo contrapporre un nuovo modello culturale che sia alternativo sia all’omologazione prodotta dalla globalizzazione capitalistica sia a quella prodotta dalla chiusura nazionalista o nella sua variante peggiore ‘etnoidentitaria’. Si tratta, per quanto siano interagenti, di due fenomeni diversi: da una parte una forza complessa che va avanti da quando esiste l’uomo e che accelera in tempi recenti, ossia la “globalizzazione tecnologica”, dall’altro un sistema dei tempi moderni ossia la globalizzazione capitalistica che però oggi è in una evidente implosione irreversibile e ciò proprio in virtù di quelle opportunità che si aprono con le nuove tecnologie in grado di dare più potere all’individuo (tanto che alcuni autori parlano dell’emergere di un “post-capitalismo”…). Tornando invece al nazionalismo, agli “spazi costruiti a tavolino”, credo che esso sia qualcosa destinato a non avere ancora lunga vita infatti per quanto oggi vi siano senz’altro rigurgiti sovranisti, protezionisti e nazionalidentitari, come reazione ai problemi sociali prodotti dalla globalizzazione capitalista, il macro-trend globale sul lungo periodo ci dice però che lo Stato-nazione è al tramonto e che il futuro appartiene ad entità spaziali-sociali quali le metropoli dove vi sono solitamente persone provenienti da tutto il mondo – di ogni fede, lingua, cultura, etc. (nota: più della metà della popolazione mondiale oggi vive nelle città). Insomma la contrapposizione tra chi ‘vuole alzare muri’ e chi ‘vuole costruire ponti’, per stare alla metafora, è anzitutto e in fondo una contrapposizione *culturale*, dove ormai la tecnologia gioca un ruolo di primo piano, prima che geografico-spaziale. Forse il mio è ottimismo, forse è idealismo, ma sono convinto che la tecnologia permette di abbattere più muri di quelli che permette di erigere, il fatto stesso che siamo qui a parlare di un tema a chilometri di distanza, cosa che secoli fa sarebbe stata ai più inconcepibile, ne è la prova vivente. Un caro saluto, scusandomi per la prolissità, dal tuo affezionatissimo follower 😉

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  2. Grazie per l’interessante approfondimento! Sì, siamo d’accordo su molte cose. Io, sia ben chiaro, sono più un cantastorie che un analista, quindi qui ho scelto alcuni aspetti ma ce ne sarebbero tantissimi. Sulle città sono d’accordo con te – posso restare sugli esempi molto concreti che ho già fatto qui, Sarajevo e Trieste, che sono (o almeno erano, il tempo passato ahimè purtroppo è quasi d’obbligo per Sarajevo, che forse è morta nel ’92-’95) l’esatto contrario dell’omologazione proprio in forza del fatto che sono luoghi di incontri di culture diverse. Non sono così convinto che valga lo stesso per le odierne megalopoli, perché tra queste vecchie città cosmopolite e quelle nuove è cambiato qualcosa e cioè il rapporto con il territorio. Intendo dire che, per esempio, Trieste era quello che era perché si trovava in una ben precisa posizione geografica, unico sbocco naturale sul mare per austriaci, ungheresi e sloveni, a due passi da Venezia, vicino alla montagna. Quindi, per usare una parola abusata, non erano “non-luoghi” ma traevano la loro identità in gran parte dal luogo in cui si trovavano. Invece le megalopoli che stanno nascendo in tutto il mondo hanno legami molto più superficiali con il territorio. In questo senso non sono sicuro che abbiano un’identità riconoscibile, sembrano più masse informi di individui (anche le popolazioni diverse che ci convivono spesso hanno idee diverse della stessa città o semplicemente non la vivono e non la conoscono). In realtà non ho un’opinione definitiva, devo studiare di più. Indizio fondamentale, che ha cambiato il mio modo di vedere il mondo, è la distinzione spazio/luoghi fatta da Franco Farinelli. Per lui, la modernità vuol dire trasformare i luoghi in uno spazio astratto (la prospettiva, la cartografia, la ferrovia significano questo, trattare il mondo come se fosse una carta geografica e quindi disegnare i confini degli stati). Prima della modernità c’erano luoghi, poi arriva lo spazio. Oggi, dice Franco, la tecnologia ormai è giunta a un livello tale da annullare le distanze e perciò lo spazio moderno. Quindi nella post-modernità, non essendoci più lo spazio, c’è speranza che possano tornare i luoghi (ne parlo un po’ in questo articolo https://estperest.wordpress.com/2016/06/16/spazio-vs-luoghi/). Però si tratta solo di un postulato, i luoghi possono vivere solo se trattati come tali – l’alternativa è un mondo che non ha più legami con il suo territorio e dove cioè ci sono moltitudini di individui, magari diversissimi tra loro, che però non avendo nessun legame tra di loro non potranno creare dei luoghi e neanche delle città propriamente dette, cioè con una loro identità e una “volontà” riconoscibile. Sono temi affascinanti, perché sono domande ancora aperte!

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  3. Ti ringrazio per la risposta che mi ha fatto riflettere e mi dará da riflettere. È certo un tema vastissimo, interessante la distinzione tra il concetto di “luogo” e quello “spazio”, in ogni caso hai ragione a dire che un elemento cruciale da tenere in considerazione è la presenza o meno di forti legami sociali. A questo riguardo ci sarebbe la questione di come rendere più ‘umane’ le metropoli, più luoghi che non-luoghi, sviluppando valori condivisi, e non meri individui tenuti assieme da convenienza, insomma è una delle grandi sfide del XXImo sec. Cmq è sempre un grande stimolo mentale quello scrivi. Ad astra!

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