Se volete conoscere la Bosnia…

Una manciata di video e di canzoni per chi vuole conoscere una Bosnia un po’ diversa dalla vulgata che la vuole tutta kalashnikov e rakija, esotismo, rumore, violenza e ogni genere di esagerazione.

Mettete da parte Underground e le ultime fatiche di Emir Kusturica. Se proprio ci siete affezionati, come me, perché rappresenta il vostro primo incontro con i Balcani, vedetevi i suoi primi lavori. In Bosnia, a parte i nazionalisti più sfegatati, generalmente lo destestano. Nonostante abbia costruito una città in miniatura sulle sponde del fiume Drina.

Tanto per cominciare, nei Balcani non tutti ascoltano la musica scatenata che noi consideriamo balcanica. Che è bella, per carità, ma c’è dell’altro. In Bosnia, per esempio, dicono che il genere più rappresentativo sia la sevdah, un lento, dolcissimo, malinconico, struggimento d’amore. Ha cambiato pelle tante volte – contaminato da turchi, ebrei, austriaci, e perché no americani, tutte le influenze che hanno messo piede nella terra dei minareti in mezzo alle montagne – ma è rimasto, al nocciolo, lo stesso. Non è folklore che imita se stsso, è musica popolare, quindi è viva. E’ il blues dei Balcani, e forse è un caso che la parola sevdah suoni quasi come saudade.  Forse è venuta dall’Iberia trasportata dagli ebrei sefarditi scacciati dalla Spagna dopo il 1492? Sembra di no, ma è carino immaginarlo. E qui c’è un bel documentario che lo racconta. E Damir Imamovic è vivo e lotta insieme a noi, e lo trovate facilmente su Youtube, su Spotify, o, perché no, in qualche concerto.

Ma la Bosnia sarà pure esotica, ma è un paese moderno, europeo per giunta. Esiste da un bel po’ la musica cosiddetta moderna, rock, o pop. E visto che i tempi d’oro della Jugoslavia coincidono con i tempi d’oro del progressive, e dell’opera rock, ecco che troviamo dei veri maestri dello yugo rock. Il buon Goran Bregovic, prima di dedicarsi a quella che chiamiamo musica balcanica, suonava nei Bijelo Dugme. Ce ne sono tanti, di gruppi di questo periodo, ma loro sono forse i più famosi. E tra le tante, come nella tradizione del vecchio Jimi Hendrix, ecco l’inno nazionale jugoslavo in una versione che combina chitarre elettriche ai cori socialisti stile armata rossa.E tanto per ricordare che, in Bosnia, oltre a ubriacarsi, a fare orge e spararsi sono in grado pure di far divertire i bambini, metto qui un loro pezzo molto simpatico. Non sarà un capolavoro, ma ci sono affezionato perché mi è servito per esercitare le quattro parole in croce che ho imparato di serbo-croato.

Ai tempi nostri, vanno per la maggiore, da un po’ – ormai saranno vecchi, non sono abbastanza aggiornato – i Dubioza Kolektiv, di cui metto USA, un pezzo di satira amara: l’emigrazione dei giovani, in un paese che l’Europa ha abbandonato a se stesso.

C’è spazio per un mezzo italiano? Ma sì, Kemal Monteno (morto nel 2015) è nato da un militare di Monfalcone, che i cosiddetti casi della vita (se così si può definire la seconda guerra mondiale) portarono nei Balcani  in tempo per conoscere la bella Bahrija. E il figlio, cresciuto ascoltando sevdalinke e canzoni melodiche italiane,  ha finito per scrivere un pezzo nato come dichiarazione d’amore alla sua città ma che, a causa di un altro dei cosiddetti casi della vita, ne è diventato uno degli inni e dei simboli di resistenza. Ecco la struggente versione di Joan Baez direttamente dalla città assediata.

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