Dinaride, sempre per aspera

Questo articolo viene pubblicato automaticamente, dovrebbe essere mercoledì 9 novembre, alle 12. E’ stato scritto ieri ed è per questo che non parlo delle elezioni americane, Hillary o Trump. Spero che il mondo non sia troppo peggiorato, a ovest. E di certo non è migliorato a est.

Comunque: il sito sgangherato, Per aspera ad est, già estperest (di cui mantiene l’indirizzo) dopo aver vinto un premio letterario, un viaggio, qualche pubblicazione e qualche commento, cambia nome: l’avete già visto, si chiama Dinaride. No cambia la sostanza, c’era solo bisogno di concentrare i vecchi temi di asperità e di est in un nome più breve, e Dinàride mi è sembrato appropriato. Le Alpi Dinariche sono le montagne dei Balcani occidentali, quindi quasi d’oriente, e finora mi hanno portato fortuna.Se Dinarìde, anche meglio.

 

 

Aereo. Partenze, ritorni.

Ho comprato il biglietto. E così, si torna a prendere l’aereo. Le montagne diventeranno piatte come una fotografia, le voci dissonanti, la polvere, l’odore di sporco svaniranno. Ci sarà una vertigine cristallina e sfumata da far restringere lo stomaco, la pista dell’aeroporto si allontanerà e diventerà un ridicolo plastico, circondato fino alla città da una doppia fila di alberi di gommapiuma.

La città: le sue luci diventeranno un asterisco cangiante che diventa sempre più piccolo, e il poco tempo che scorrerà prima di un atterraggio breve e pieno di vibrazioni sarà un breve stand-by. Scenderò le scalette e mi accoglieranno altri climi, altri odori. Gli aloni dei lampioni illumineranno il vuoto invisibile e immateriale da cui sarò stato appena catapultato. Non ci sarà stato tempo d’immaginare i faticosi pellegrinaggi dei miei lontani predecessori, la loro gradualità, e i loro resoconti che mi hanno fatto sognare.

Ma poi, chi l’ha detto che bisogna viaggiare con lentezza?

Le poche decine di minuti potrebbero essere impiegate per prendere appunti visionari e suggestionarsi dell’istantaneo incrocio di destini follemente distanti. Così, ho realizzato di avere scritto, senza un rigo d’intervallo:

Aereo Tallinn-Skavsta, 10 maggio 2013.

Ricordo la conversazione in quel piccolo bar. “I Russi ci considerano stranieri e pure gli estoni. So, what the fuck am I?” Ha una maglietta rossa con scritto “STALLINN”, su cui giganteggia il faccione del dittatore ma a guardare bene non sono baffi, è lo skyline della città. Ah – bellissima vista della Finlandia sulla destra e il cielo che a nord è ancora rosso fuoco, e sopra è indaco e blu scuro. E adesso si intravvede il lungo braccio del Baltico verso il golfo di Botnia. L’alto steward italiano effeminato, che magari stamattina è partito da Bergamo e domani lo aspettano a cena, ora mi incontra in un punto di passaggio del mio pellegrinaggio faticoso. All’improvviso, si sta accendendo a nord un rosso spaventoso. Spaventoso.

Sarebbe possibile tracciare itinerari totalmente nuovi, una mappa inaudita. Già, una mappa: il pianeta diventa visibile. “La geografia trionfa al cospetto dell’eternità, la storia si riduce a schiuma”, dice Onfray, filosofo che ha affrontato il  tema del viaggio.  Mi sono raramente sentito più vivo e più piccolo e naufrago che durante un atterraggio pieno di turbolenze, ritorno da un complicato vagabondaggio. “Trasformato dall’aereo più che dalla lettura del Vangelo”, ho ritrovato appunti di questo tipo:

24.5. Sopra la Sardegna – passata. Ho sonno: non ho dormito stanotte, forse un’ora stamattina. (…)

E adesso dovrei tirare le somme di questo mese (…) l’imbarazzo la patente scaduta e non dormire la notte, guidare fuori città, le buche, le cicogne, gli alberi ancora invernali e i negozi di tipo sovietico, ora il rombo fortissimo e le turbolenze, sopravviverò? Il pranzo sul fiume, il Socreal, e Lublino senza caffè, e Majdanek e mi veniva da piangere, le ceneri, gli autostoppisti, perderci nel bosco mentre fa notte e inizia a piovere forte, la casa nella foresta, non riuscire a pronunciare una parola che sia una, la marscza grusczana (?) il gatto, e – mareggiata impressionante sulla spiaggia di Fiumicino! – il bosco che arriva fino alla Bielorussia, il freddo, dormo in soffitta, gli assi di legno, la coperta che puzza, la sorella Sylvia, il giro turistico e didattico con il bambino Julek per paese abbandonato alla ricerca di Pan Józew  – sarà ubriaco di vodka sul pavimento –, il latte per i gatti, l’aereo cadrà?, e via fino a *** *** (illeggibile), e **** (illeggibile) alla foresta. [rombo, frastuono del carrello che atterra]

Andata.

Ecco, sono pronto.

Tre città, almeno tre mondi. Trento, Sarajevo, Chicago.

“Ogni edificio racconta un pezzo della storia della città. Solo la città conosce tutta la storia” A. Hemon

Sto leggendo queste parole in un parco di Trento, dove robuste signore ucraine srotolano tovaglie ed estraggono grandi insalatiere avvolte nella carta argentata. Stanno gesticolando come italiane del sud, ma i pochi nomi che riesco a captare mi riportano al Donbass, al Dniepr, a Odessa, alle grandi distese di girasoli che non ho mai visto. Ho in mente l’esaltante confronto tra Sarajevo e Chicago che Aleksandar Hemon porta avanti nel suo bel libro, Il libro delle mie vite, e la mia testa sta elaborando un involontario confronto con Trento. Trento – sto improvvisando – ha in fondo qualcosa di Sarajevo: la sua posizione strangolata in fondo alla valle, e il fiume relegato a un margine (rigagnolo misero la Miljacka, fiero ed energico l’Adige); i gialli edifici austro-ungarici che vengono dedicati alla cultura, nel tentativo di smontarne la pomposità. C’è anche, mi pare, il sentimento che ci sia qualcosa di sotterraneo molto diverso da quello che si vede (l’oscura forza tellurica, endogena, in Bosnia, e il radicamento invisibile, contadino e terragno, in Trentino, mi sembrano quasi complementari). Le differenze sono tutte le altre cose.

Così, in ogni città si vede un’altra città. Se cerchi un’idea vaga di oriente, avrai l’oriente. Ma a Sarajevo, e ancora di più a Trento, rimarrai attaccato al substrato roccioso del tuo pianeta. A Trento il fuori-città è costantemente presente, torreggia verde o marrone cupo, a seconda delle stagioni. La montagna vieta la vista dell’orizzonte ma lega la città al suo territorio. Trento non è mai solo Trento, e non è un caso che il termine trentino sia riferito indistintamente alla città e alla sua terra.

 Sul mio taccuino, prendo appunti di questo genere:

«Forse a Sarajevo a essere bombardata è stata soprattutto l’idea di città. La città – serraglio, nei duri monti di Bosnia, doveva essere una specie di ideale crocevia di culture e persone, di razze di imperi e di calendari, inserite in un paesaggio (la valle) e in un territorio. Una polis, un posto dove le differenze restavano sotto un limite umano e venivano conservate e intrecciate. Calvino dedica le Città Invisibili “alle città, nel momento in cui smettono di essere vissute come città”.  Sarajevo rappresenta l’ultima incarnazione di questo ideale civico in cui la città è qualcosa di fisico, è l’anima di un luogo, persino di un continente. E’ altamente simbolico che sia stata vittima dell’ultimo grande esempio moderno di assedio. Una delle ultime comparse della geopolitica in cui il mondo poteva venire vissuto come uno spazio, con criteri basati sulla collocazione geografica. Chicago, invece, è già “oltre il luogo” ed è sfuggente. “Chicago non era in nessun posto” dice Saul Bellow. “Non aveva collocazione. Era una cosa abbandonata nello spazio americano.” E’ sicuramente anche per questo persistente legame coi punti cardinali che Sarajevo ci attrae come una calamita.   »                                  

I figli delle signore ucraine giocano a pallone con i loro compagni di classe, in gran parte di origine indiana. Una bambina nera nera chiama forte un compagno italiano. Una donna slava oltrepassa una staccionata con un passo allo stesso tempo rude ed elegante. Annoto, tra parentesi, prima di alzarmi: (la geopolitica è tornata alla ribalta con la tragedia dell’Ucraina*, ma questa specie di guerra sembra anacronistica, goffa e crudele come gli omicidi di Fargo).  Le nuvole preparano un temporale attorno al Bondone, e me ne vado, pieno di fantasticherie, e di spunti da approfondire. È l’ora dello spritz e dell’hugo, vedo già la barista che porta i bicchieri pieni di ghiaccio.

*e ancora (aggiorno nel 2017) con l’assedio di Aleppo, naturalmente.