Aereo. Partenze, ritorni.

Ho comprato il biglietto. E così, si torna a prendere l’aereo. Le montagne diventeranno piatte come una fotografia, le voci dissonanti, la polvere, l’odore di sporco svaniranno. Ci sarà una vertigine cristallina e sfumata da far restringere lo stomaco, la pista dell’aeroporto si allontanerà e diventerà un ridicolo plastico, circondato fino alla città da una doppia fila di alberi di gommapiuma.

La città: le sue luci diventeranno un asterisco cangiante che diventa sempre più piccolo, e il poco tempo che scorrerà prima di un atterraggio breve e pieno di vibrazioni sarà un breve stand-by. Scenderò le scalette e mi accoglieranno altri climi, altri odori. Gli aloni dei lampioni illumineranno il vuoto invisibile e immateriale da cui sarò stato appena catapultato. Non ci sarà stato tempo d’immaginare i faticosi pellegrinaggi dei miei lontani predecessori, la loro gradualità, e i loro resoconti che mi hanno fatto sognare.

Ma poi, chi l’ha detto che bisogna viaggiare con lentezza?

Le poche decine di minuti potrebbero essere impiegate per prendere appunti visionari e suggestionarsi dell’istantaneo incrocio di destini follemente distanti. Così, ho realizzato di avere scritto, senza un rigo d’intervallo:

Aereo Tallinn-Skavsta, 10 maggio 2013.

Ricordo la conversazione in quel piccolo bar. “I Russi ci considerano stranieri e pure gli estoni. So, what the fuck am I?” Ha una maglietta rossa con scritto “STALLINN”, su cui giganteggia il faccione del dittatore ma a guardare bene non sono baffi, è lo skyline della città. Ah – bellissima vista della Finlandia sulla destra e il cielo che a nord è ancora rosso fuoco, e sopra è indaco e blu scuro. E adesso si intravvede il lungo braccio del Baltico verso il golfo di Botnia. L’alto steward italiano effeminato, che magari stamattina è partito da Bergamo e domani lo aspettano a cena, ora mi incontra in un punto di passaggio del mio pellegrinaggio faticoso. All’improvviso, si sta accendendo a nord un rosso spaventoso. Spaventoso.

Sarebbe possibile tracciare itinerari totalmente nuovi, una mappa inaudita. Già, una mappa: il pianeta diventa visibile. “La geografia trionfa al cospetto dell’eternità, la storia si riduce a schiuma”, dice Onfray, filosofo che ha affrontato il  tema del viaggio.  Mi sono raramente sentito più vivo e più piccolo e naufrago che durante un atterraggio pieno di turbolenze, ritorno da un complicato vagabondaggio. “Trasformato dall’aereo più che dalla lettura del Vangelo”, ho ritrovato appunti di questo tipo:

24.5. Sopra la Sardegna – passata. Ho sonno: non ho dormito stanotte, forse un’ora stamattina. (…)

E adesso dovrei tirare le somme di questo mese (…) l’imbarazzo la patente scaduta e non dormire la notte, guidare fuori città, le buche, le cicogne, gli alberi ancora invernali e i negozi di tipo sovietico, ora il rombo fortissimo e le turbolenze, sopravviverò? Il pranzo sul fiume, il Socreal, e Lublino senza caffè, e Majdanek e mi veniva da piangere, le ceneri, gli autostoppisti, perderci nel bosco mentre fa notte e inizia a piovere forte, la casa nella foresta, non riuscire a pronunciare una parola che sia una, la marscza grusczana (?) il gatto, e – mareggiata impressionante sulla spiaggia di Fiumicino! – il bosco che arriva fino alla Bielorussia, il freddo, dormo in soffitta, gli assi di legno, la coperta che puzza, la sorella Sylvia, il giro turistico e didattico con il bambino Julek per paese abbandonato alla ricerca di Pan Józew  – sarà ubriaco di vodka sul pavimento –, il latte per i gatti, l’aereo cadrà?, e via fino a *** *** (illeggibile), e **** (illeggibile) alla foresta. [rombo, frastuono del carrello che atterra]

Andata.

Ecco, sono pronto.

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