Pioggia sulla strada per Višegrad. 3

(Prima parte. Seconda parte)

Ci sarebbero tanti motivi per non andare ad Andrićgrad, il villaggio costruito da Emir Kusturica per celebrare le glorie dello scrittore jugoslavo, della nazione serba, e, già che c’era, le sue. Si trova là dove la Drina riceve il piccolo Rzav, separato da Višegrad da una cinta muraria e una torretta di guardia sfacciatamente false e una porta maestra aperta su un grande parcheggio vuoto. Quando il tempo non è da lupi, sarà pure una destinazione turistica all’avanguardia, come dichiara la brochure che abbiamo trovato, con una scuola di cinema e una di letteratura, il palazzo ottomano, la chiesa ortodossa, una statua di Tesla, i buoni valori della campagna e l’impegno a rivitalizzare una contrada di periferia spopolata. milkySarà, ma adesso sembra di camminare in un ipermercato il giorno prima dell’inaugurazione, tra i teloni di plastica di scompartimenti ancora da ultimare e i palazzi deserti. Davanti al ponte che tutto ha visto e che i lettori di tutto il mondo hanno immaginato, il marmo della città di Kusturica sembra fatto di cartapesta, anzi, un grande castello di carta. Un set cinematografico.    Continua a leggere

Pioggia sulla strada per Višegrad. 2.

(Prima parte. Terza parte)

Se non piovesse, non avremmo questa sensazione di pesantezza, pensiamo mentre mangiamo un burek con una spezia amara, sforzandoci invano di carpire i discorsi degli omoni di fianco che ci annegano nel fumo delle sigarette. Capiamo che si parla di referendum, di politici ladri, i soliti discorsi che si sentono nelle kafane, ma questi urlano, ogni tanto scoppiano a ridere in un modo che sembra quasi una minaccia. Se non piovesse e se non fossimo ubriachi del fascino di Sarajevo, se non avessimo appena letto del massacro di Višegrad, dei tremila musulmani che mancano all’appello, qualcuno buttato giù dal ponte del gran visir, non proveremmo questa strana inquietudine.

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Pioggia sulla strada per Višegrad

 

È un paese di faide e di montanari, invidiosi di noi, di quello che rappresentiamo, perché mai dovrei venire con voi? Amil è un sarajevese che mi assomiglia in maniera inquietante, ed è innamorato della sua Sarajevo – me lo dice ridendo, davanti al povero pesce rosso che muove le pinne traslucide nella sua boccia al centro di un locale un po’ troppo hipster del centro città, sotto una luce giallognola che lo trapassa da parte a parte. Quando Amil prende il tram che dai caseggiati di Ilidža lo porta verso la città vecchia sente male allo stomaco – è l’amore, dice, e capisci che ti sta allo stesso tempo prendendo in giro e dicendo la verità, ma non capisci qual è il confine. Sarajevo è così, inutile resistere, anche se tratta male i suoi pesci rossi, dice. E voi che ci andate a fare a Višegrad, per quelli lì i pesci eravamo noi.  Continua a leggere