Trento, città pigra.

A una svendita di libri della Biblioteca ho trovato una guida rossa del Touring tutta sgualcita, di epoca fascista. “Venezia Tridentina e Cadore”, recita il titolo, le pagine ingiallite frusciano e mandano un lieve odore di muffa. Mi coglie subito il sospetto che questo libro mi accompagnerà ancora, nei miei saliscendi per questa terra che frequento da più di un anno. Nella pagina con la mappa di Trento c’è un quadrifoglio, ancora verde, lo stelo rigido, le foglie piegate all’insù.

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Tre città, almeno tre mondi. Trento, Sarajevo, Chicago.

“Ogni edificio racconta un pezzo della storia della città. Solo la città conosce tutta la storia” A. Hemon

Sto leggendo queste parole in un parco di Trento, dove robuste signore ucraine srotolano tovaglie ed estraggono grandi insalatiere avvolte nella carta argentata. Stanno gesticolando come italiane del sud, ma i pochi nomi che riesco a captare mi riportano al Donbass, al Dniepr, a Odessa, alle grandi distese di girasoli che non ho mai visto. Ho in mente l’esaltante confronto tra Sarajevo e Chicago che Aleksandar Hemon porta avanti nel suo bel libro, Il libro delle mie vite, e la mia testa sta elaborando un involontario confronto con Trento. Trento – sto improvvisando – ha in fondo qualcosa di Sarajevo: la sua posizione strangolata in fondo alla valle, e il fiume relegato a un margine (rigagnolo misero la Miljacka, fiero ed energico l’Adige); i gialli edifici austro-ungarici che vengono dedicati alla cultura, nel tentativo di smontarne la pomposità. C’è anche, mi pare, il sentimento che ci sia qualcosa di sotterraneo molto diverso da quello che si vede (l’oscura forza tellurica, endogena, in Bosnia, e il radicamento invisibile, contadino e terragno, in Trentino, mi sembrano quasi complementari). Le differenze sono tutte le altre cose.

Così, in ogni città si vede un’altra città. Se cerchi un’idea vaga di oriente, avrai l’oriente. Ma a Sarajevo, e ancora di più a Trento, rimarrai attaccato al substrato roccioso del tuo pianeta. A Trento il fuori-città è costantemente presente, torreggia verde o marrone cupo, a seconda delle stagioni. La montagna vieta la vista dell’orizzonte ma lega la città al suo territorio. Trento non è mai solo Trento, e non è un caso che il termine trentino sia riferito indistintamente alla città e alla sua terra.

 Sul mio taccuino, prendo appunti di questo genere:

«Forse a Sarajevo a essere bombardata è stata soprattutto l’idea di città. La città – serraglio, nei duri monti di Bosnia, doveva essere una specie di ideale crocevia di culture e persone, di razze di imperi e di calendari, inserite in un paesaggio (la valle) e in un territorio. Una polis, un posto dove le differenze restavano sotto un limite umano e venivano conservate e intrecciate. Calvino dedica le Città Invisibili “alle città, nel momento in cui smettono di essere vissute come città”.  Sarajevo rappresenta l’ultima incarnazione di questo ideale civico in cui la città è qualcosa di fisico, è l’anima di un luogo, persino di un continente. E’ altamente simbolico che sia stata vittima dell’ultimo grande esempio moderno di assedio. Una delle ultime comparse della geopolitica in cui il mondo poteva venire vissuto come uno spazio, con criteri basati sulla collocazione geografica. Chicago, invece, è già “oltre il luogo” ed è sfuggente. “Chicago non era in nessun posto” dice Saul Bellow. “Non aveva collocazione. Era una cosa abbandonata nello spazio americano.” E’ sicuramente anche per questo persistente legame coi punti cardinali che Sarajevo ci attrae come una calamita.   »                                  

I figli delle signore ucraine giocano a pallone con i loro compagni di classe, in gran parte di origine indiana. Una bambina nera nera chiama forte un compagno italiano. Una donna slava oltrepassa una staccionata con un passo allo stesso tempo rude ed elegante. Annoto, tra parentesi, prima di alzarmi: (la geopolitica è tornata alla ribalta con la tragedia dell’Ucraina*, ma questa specie di guerra sembra anacronistica, goffa e crudele come gli omicidi di Fargo).  Le nuvole preparano un temporale attorno al Bondone, e me ne vado, pieno di fantasticherie, e di spunti da approfondire. È l’ora dello spritz e dell’hugo, vedo già la barista che porta i bicchieri pieni di ghiaccio.

*e ancora (aggiorno nel 2017) con l’assedio di Aleppo, naturalmente.